Il primo Natale di sant’Agostino

AGOSTINO CLERICI, La corsa del Sole. Natale tra passato e futuro, EèV, Como 2022, pagine 192, euro 15.00

Da poche settimane è disponibile il mio ultimo libro, un racconto storico ambientato nella Roma della fine del quarto secolo (precisamente nel 387) cui fanno da cornice alcune riflessioni sull’origine della festa cristiana del Natale. Spesso le mie pubblicazioni fanno riferimento al Natale e questo si spiega con il proposito – che da anni perseguo – di dare rilevanza all’Incarnazione di Gesù Cristo come evento insieme storico e cosmico che sta al centro del disegno della salvezza. Gesù è venuto ad abitare in mezzo a noi per tirare il filo che dalla creazione conduce al compimento. Egli è alfa e omega, principio e fine: per mezzo di lui e in vista di lui tutto è stato creato.

Il libro di quest’anno aiuta a comprendere come è nata la festa del Natale, non subito ma solo tre secoli più tardi, quando si creano le condizioni storiche e teologiche che ne rendono auspicabile e quasi necessaria la celebrazione. Le pagine del libro che seguono il racconto sono dedicate proprio a far luce su questa genesi, estremamente interessante anche solo da un versante culturale, e controversa nel suo sviluppo che non assomiglia affatto ad una frattura con il mondo pagano ma che, d’altra parte, non rappresenta nemmeno una continuità. Il Natale cristiano è una novità assoluta se non altro perché è il trionfo della storia sul mito, eppure accetta di confrontarsi con il contesto pagano – che è ancora vivace soprattutto a Roma – operando in modo intelligente quel fenomeno che si è soliti chiamare «inculturazione». Chi parla di semplice cristianizzazione di una precedente festa pagana – quella del Sole invincibile, di cui il Natale di Cristo avrebbe usurpato il posto – non vuole fare la fatica di entrare nelle dinamiche storiche che segnano soprattutto il quarto secolo ma anche parte del quinto secolo. L’invito, pertanto, è a cogliere l’opportunità offerta da questo libro per andare oltre le semplificazioni che spesso circolano anche sulla Rete.

Vorrei spendere alcune parole sul protagonista del racconto: Aurelio Agostino, 33 anni, africano nato in una località dell’odierna Algeria vicina alla Tunisia, retore che quattro anni prima aveva raggiunto Roma in cerca di fortuna e di un posto prestigioso. Inviato a Milano – ove allora risiedeva la corte imperiale – con un incarico che avrebbe potuto lanciarlo in alto, si ritrovò convertito al cristianesimo e battezzato dal vescovo Aurelio Ambrogio proprio nella Pasqua di quel 387. Nella vita di un uomo ci sono avvenimenti e incontri che la cambiano, ma solo se quell’uomo è animato dalla ricerca della verità e abitato da una inquietudine di domande che sanno trasformare la vita in una avventura. Aurelio Agostino è un uomo siffatto e nel racconto si muove come poteva farlo un convertito che non aveva smesso, però, di cercare.

La finzione letteraria fa sì che questo Agostino – di cui non sappiamo praticamente nulla di quell’anno passato a Roma come cristiano novello – incontri un suo alunno poco più che diciottenne, di cui era stato maestro nel precedente soggiorno romano. Giunio Flavio – questo il suo nome – è un cercatore appassionato che finisce tra le braccia di uno che era stato appena trovato. Come sfregare un fiammifero sull’apposita carta ruvida che sembra lì ad aspettarlo. Il mio racconto è la storia della prima luminosa fiamma che si sprigiona, con il rischio anche di bruciarsi le dita. È strano che Agostino, con il quale è stata usata pazienza, abbia fretta di riempire Flavio delle parole dei libri, ma questo sembra essere il destino del convertito, sospinto dall’entusiasmo e animato da un fervore missionario. Senonché il giovane alunno ad un certo punto esplode e riversa nelle lacrime copiose la sua confusione, e invoca la vicinanza della carne, che sa essere più rispettosa dei tempi e sa trasformare il fiammifero in uno strumento per accendere il camino, ossia una fiamma più stabile, che ama scoppiettare ma che non esclude di nascondersi sotto la brace. Il grande Aurelio Agostino – colui che sarà ricordato come sant’Agostino di Ippona – è ora l’alunno che deve imparare. Il primo Natale da cristiano vissuto a Roma il 25 dicembre del 387 lo ha messo per la prima volta nel ruolo di chi deve accompagnare saggiamente il cammino di un altro. Anche questo è un modo per continuare umilmente il grande dono dell’Incarnazione che ogni anno celebriamo nel Natale.

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