La gioia del pastore

VENTIQUATTRESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno C

Foto AC

Queste due parabole sono la smentita del buon senso. Chi lascerebbe novantanove pecore sicure per cercarne una smarrita? Chi userebbe tempo prezioso per cercare una moneta caduta in casa chissà dove? Eppure Gesù fa due domande che ci fanno credere che ogni pastore e ogni donna farebbero così!

In verità egli ci sta dicendo com’è fatto Dio e come dovrebbe comportarsi l’uomo. C’è una logica dell’amore e della tenerezza a guidare il comportamento del pastore, che non esita a lasciare il gregge nel deserto per cercare la pecora smarrita. Non che non succedesse così, ma, di solito, una volta trovata, le spezzava la zampa per punizione e per impedirle di perdersi ancora. Qui invece c’è un pastore per nulla arrabbiato, anzi: «pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: Rallegratevi con me…». Più che punire la pecora ritrovata, questo Dio pastore vuole darle la certezza che le vuole sempre bene, e glielo dimostra con il contatto fisico carico di affetto del prenderla sulle spalle.

E poi non tiene per sé la gioia profonda che prova per il ritrovamento della sua pecora – quasi fosse l’unica! – ma fa della sua gioia un’occasione di festa con amici e vicini, quasi a dirci che quel ritrovamento non lascia nessuno estraneo, che la gioia va condivisa ed espressa. Nella parabola la gioia è per la pecora ritrovata, in cielo – in Dio – è «per un solo peccatore che si converte». C’è un salto, un qualcosa che dobbiamo decifrare. Infatti, la pecora non è tornata a casa da sola, è stata cercata e trovata mentre era ancora smarrita. La conversione è il frutto di un amore che si spende nella ricerca del peccatore, non ne è la premessa e quasi la condizione.

Non si ama qualcuno perché si è convertito, ma egli si converte perché è amato e magari si è sentito caricato sulle spalle invece che punito. Dio fa così, noi purtroppo fatichiamo a seguirlo. Forse perché abbiamo cambiato l’obiettivo: Gesù è venuto a cercare i peccatori, noi ci siamo ossessivamente concentrati sui peccati, e così abbiamo smarrito lo sguardo e la gioia del pastore.

7 thoughts on “La gioia del pastore

  1. Se nella parabola la gioia del pastore è per la pecora ritrovata, la gioia di Dio è per uno solo di noi che si converte. Noi peccatori siamo quindi cercati e trovati mentre siamo ancora smarriti! Non è quindi che la nostra possibile conversione sia la premessa per giungere a Dio, ma è il frutto del Suo personale amore per noi, quando siamo smarriti; ci prende sulle spalle come il pastore fa con la pecorella…
    P.S. Don Agostino, non è però che la pecorella smarrita sulle spalle ti ha fatto la pipì?

  2. Parabole consolanti. Dicono del rapporto del pastore con la pecora smarrita, con ogni piccola cosa che agli occhi di Dio è importante. Ma fanno anche capire che il pastore si fida delle 99 piantate lì da sole. Ama la sventata (che magari non ha neppure voglia di tornare all’ovile) ma ama le 99 stimandole e dando loro responsabilità. Lo so che si farà più festa per la pecorella creduta perduta, ma io sono felice di essermi sempre tenuta sulle orme del pastore, di avere goduto della sua familiarità, del suo sguardo. Invece di una festa grande le pecorelle fedeli hanno avuto la gioia quotidiana di una presenza consapevole. Ogni giorno si sono sentite a casa. Ps. L’agnello della foto ha un’aria un po’ perplessa, temeva forse di aver sbagliato pastore.

  3. Risposta a Tino. Domanda che mi sono posta anch’io rileggendomi. Sono passata – senza accorgermi – dal discorso impersonale a quello personale. Ho sempre molto riflettuto su questo gruppo di parabole: le 99 non sono le sicuramente salve, sono quelle ( come me) che non amano le avventure; certo non sono per niente speciali, ma cercano sempre di seguire ” l’odore” del pastore, di farlo contento. Vanno avanti a piccoli passi cercando di non perdere di vista le orme del pastore. La loro felicità non è essere considerate dal pastore, ma potergli stare vicino.Allo stesso modo non ho mai capito la sfuriata del fratello maggiore. Era lui quello che aveva avuto la parte più bella, anche se ” diluita” in infiniti giorni normali. La fedeltà regala grandi gioie anche se spesso pare non avere ricompense.

  4. Risposta a Tino 2. Francamente non ho mai vissuto il rapporto con Dio pensando di meritare o di dovermi meritare qualcosa. Tutto è dono, tutto è grazia. Personalmente non penso mai a un premio futuro ( certi canti…), al paradiso. Io in paradiso mi sento già, è cominciato col battesimo e si allarga ogni volta che dico sì alle proposte ( a volte faticose) che Dio fa attraverso la vita. Non riesco davvero a scindere le mie giornate in momenti, quelli delle cose terrene e quelli di Dio: ogni cosa gli appartiene e io ( noi) vi partecipo. Anche adesso guarda e ride: perché ride?

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