Ci crediamo nella risurrezione?

DOMENICA DI PASQUA

«Voi cristiani fondate tutto su una cosa che non si può dimostrare!». Me lo diceva uno che ha cominciato a dubitare di tutto quello che ha creduto sino a poco tempo fa. E si riferiva alla risurrezione. Sorrido sempre quando mi fanno una simile obiezione, perché effettivamente è così, ma vale per quasi tutte le cose più importanti della vita: non si possono dimostrare. Nemmeno Maria di Magdala, trovandosi davanti un sepolcro vuoto, conclude immediatamente che Gesù è risorto. Anzi, corre a dire: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro». Altro che risurrezione, semplice sottrazione di cadavere! E sia. Ma se togli fondamento alla risurrezione, che pure non si può dimostrare ma solo credere, ti resta poi il compito di spiegare duemila anni di storia, con miliardi di allucinati, che avrebbero potuto credere ad una sottrazione di cadavere invece che alla risurrezione. Sia chiaro, avrebbero dovuto comunque credere e fidarsi – perché certezze o evidenze sulla tomba vuota non ve ne sono – ma di qualcun altro.

Il mio amico mi chiede di rendere ragione della mia fede. Non posso certo dimostrargli che Gesù è risorto. Ma posso tentare una risposta ragionevole ad un’altra domanda: perché io mi fido di Pietro e degli altri apostoli, che dicono di aver trovato il sepolcro vuoto e anche di aver incontrato il Risorto? Per quel gruppo di fuggitivi – tali furono gli apostoli nel momento finale della vicenda terrena di Gesù – la risurrezione era la spiegazione più difficile da annunciare agli altri, ma anche la più scomoda da vivere essi stessi in prima persona. Erano delusi – basta riascoltare il racconto dei due discepoli diretti a Emmaus – e impauriti. Avrebbero ripreso la via di casa di lì a qualche giorno, quando le acque si fossero calmate. Oppure, chissà, avrebbero potuto atteggiarsi a discepoli di un morto che aveva lasciato loro in eredità un messaggio di amore. Se la risurrezione se la sono inventata, si sono tirati addosso un grande peso, hanno accettato di essere presi in giro, hanno acuito l’ira delle autorità giudaiche che credevano di aver seppellito Gesù una volta per tutte. Soprattutto, inventandosi la risurrezione di Gesù, hanno segnato il loro destino, hanno accettato di finire anzitempo la loro vita, in quel modo violento che, chiusi nel Cenacolo, essi volevano proprio evitare. La delusione era sicuramente una via più comoda.

Andare a imbalsamare un cadavere al cimitero era una modalità più facile. Ricordare le sue parole e piangere un poco perché lui non c’era più, era di gran lunga la scelta più umana. Ma non hanno potuto permettersela, perché è stato Gesù ad andare a cercarli nuovamente e a dire loro: «Mi fido di voi… Vi voglio come discepoli non solo del mio amore, ma della mia risurrezione!». Ecco, tutto cambia, se mi metto a pensare che la risurrezione non è l’impensabile scelta degli apostoli, ma la scelta di Dio, la scelta di Gesù. E già quelli che vedevano e ascoltavano quegli uomini impauriti, divenuti improvvisamente coraggiosi e sprezzanti di ogni pericolo, si domandavano che cosa fosse loro successo. E c’è una sola  spiegazione ragionevole perché un pescatore, Pietro, rinnegatore e impaurito, diventi un predicatore così coraggioso: Gesù è risorto, Gesù è vivo, è il motore vivente che muove la sua vita.

Detto questo, non so se il mio amico cambierà idea. E voi forse mi direte: ma noi ci crediamo già alla risurrezione, non abbiamo dubbi, perché ci hai fatto questo discorso? Semplice. Perché non si vede affatto che ci crediamo! O non è vero che crediamo nella risurrezione, o non si vede, che poi è la stessa cosa. Scriveva don Primo Mazzolari: «I morti hanno bisogno di pietà, il vivente di audacia». Io, di audacia dei cristiani, ne vedo poca. Il mondo non è mai stato naturalmente cristiano, e più passa il tempo, più rischia di diventare anche disumano. Noi cristiani lo viviamo con troppa assuefazione. Non solo facciamo fatica a cambiarlo, ma in fondo in fondo, a parte qualche piccola correzione a nostro vantaggio, ci va bene così. La Pasqua ci ricordi che non siamo custodi pietosi di un sepolcro, ma testimoni audaci di un Vivente. Non con il passo mesto di chi va a trovare un morto, ma con la corsa di chi va ad annunciare un vivo. È un augurio, colmo di gioia e di speranza, che ci facciamo a vicenda e che ci impegna come comunità

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