I giorni del Natale nella luce di Cristo

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ GIUSEPPE E MARIA – Anno C

Nei giorni immediatamente successivi al Natale la Chiesa traccia un itinerario che, purtroppo, viene percorso da pochi intimi. Siamo immersi, intanto, nel trascorrere di una sola giornata che dura otto giorni, per cui continuiamo a ricordare l’evento dell’incarnazione come se fosse accaduto sempre oggi: da Natale fino alla solennità della Madre di Dio, il 1° gennaio, è come se il tempo si fosse fermato. Non è così, è andato avanti, ma c’è un punto fermo nella storia che la guida verso il suo traguardo, e siamo chiamati a mettere questo «punto» dentro ogni nostra azione feriale, così da santificarla. Davvero per un cristiano non esiste più un confine netto tra sacro e profano: il tempo abitato da Cristo è tutto santificato, ma se manca Lui è tutto vano. La sosta odierna è per celebrare la Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, ma vorrei cogliere l’occasione del nostro ritrovarci qui nel giorno del Signore per recuperare almeno in parte la ricchezza della liturgia di questi giorni che seguono immediatamente il Natale. Anticamente erano detto i giorni dei «comites Christi», dei compagni di viaggio di Gesù, come ad indicare un itinerario natalizio.

Il 26 dicembre è la festa di Santo Stefano, primo martire. Anche il giorno dopo Natale è un giorno natalizio, ma nel senso che ricorda il natale al cielo di Stefano. Se il Natale di Cristo è il giorno del suo ingresso nel mondo, il Natale di ogni cristiano è il giorno del suo ingresso definitivo nella casa del Padre. Questa festa ha dunque un significato natalizio e pasquale insieme: la nascita di Gesù va letta già nella prospettiva della sua morte redentrice e testimoniare quotidianamente la fede in Cristo è l’unico modo per attualizzare oggi la sua salvezza.

Il 27 dicembre celebriamo la festa dell’apostolo ed evangelista Giovanni. Perché? Intanto perché Giovanni è il proclamatore più sublime della buona novella del Natale: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Poi, perché Giovanni ha capito perfettamente che la Chiesa è un «essere in comunione» a partire proprio dall’Incarnazione di Cristo. Ma soprattutto la vicinanza della festa di San Giovanni con il Natale di Gesù è legata al fatto che il discepolo prediletto ha fatto dell’amore, lo stile della testimonianza cristiana. Giovanni ci mostra che l’amore non è soltanto il modo con cui un cristiano deve morire, ma è il modo con cui egli vive.

Il 28 dicembre è la festa dei Santi Innocenti Martiri: sono i bambini uccisi da Erode nella sua folle decisione di eliminare Gesù Bambino. Un modo per dirci che il fragile segno di Betlemme è in realtà il Signore dell’universo, tanto è vero che il potere umano cerca di eliminarlo subito, quando ancora è bambino, prima che cresca. La festa dei Martiri Innocenti è la celebrazione della signoria di Dio sulla storia umana e della sua Provvidenza, talvolta a noi oscura.

E siamo così giunti alla festa che cade ogni anno nella domenica dopo Natale, la festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Anch’essa è inserita in questa serie di messaggi natalizi, che non dobbiamo lasciar cadere. Guardando alla famiglia di Nazaret, siamo invitati a riflettere su quello che deve essere considerato il primo ambito di testimonianza cristiana nell’amore: la famiglia. Fra le povertà che Dio ha scelto per suo figlio non c’è stata quella dell’essere senza famiglia, anzi ha voluto che Gesù crescesse per tanti anni dentro una famiglia umana con un padre e una madre. Sarebbero molti gli aspetti da sottolineare. Ci limitiamo ad uno, ben sottolineato dalla pagina evangelica che abbiamo ascoltato: Gesù è pienamente figlio di Giuseppe e Maria – «stava loro sottomesso» – ma è prima di tutto Figlio di Dio – «non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» – ed è restando in questa prospettiva di figlio di un padre e di una madre e di figlio di Dio che Gesù «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini», cioè viveva un perfetto equilibrio educativo.  Alla luce di questo messaggio, dobbiamo impegnarci tutti – genitori e figli – ad offrire il nostro personale contributo perché la casa non diventi un «albergo» dove si torna solo per mangiare e per dormire e affinché la famiglia ritrovi la sua giusta dimensione spirituale di «piccola chiesa domestica».

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