Dio, specchio o plastilina?

QUATTORDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno B

Il motivo per cui Gesù incontra diffidenza e disprezzo nel suo paese natale può essere riassunto con una frase: «Questo Gesu lo conosciamo bene, è uno di noi, per cui non può essere Dio!». Quello che gli abitanti di Nazaret desiderano da Dio è che sia straordinario, e invece Gesù è una persona normale, che ha fatto per tanti anni il falegname e ha condiviso la loro stessa vita, per cui non può essere Dio. Insomma, se un Dio che se ne sta lontano rischia d’essere inutile, un Dio troppo vicino e troppo umano rischia di essere ordinario. Se deve avvicinarsi, almeno lo faccia rimanendo straordinario! Il vangelo aggiunge subito che, se per straordinario s’intende uno che faccia miracoli, ebbene proprio a Nazaret il cittadino Gesù sembra perdere i suoi poteri: guarisce qualche malato ma non opera alcun prodigio. Che delusione! Quanta poca gratitudine dimostra Gesù verso i suoi concittadini!

Così pensano gli abitanti di Nazaret di duemila anni fa. Ma il loro scandalizzarsi per un Dio troppo umano e troppo poco straordinario è il segnale di una visione di Dio che ha sempre attraversato l’umanità e che sembra trovare nuova linfa oggi nel fiume delle nuove forme di religiosità sorte come funghi sul terreno dell’indifferenza, del materialismo, dell’abbandono del cristianesimo da parte di tante persone. Il cristianesimo ha portato una novità assoluta e unica nel panorama religioso dell’umanità: Dio non è più un’incognita che l’uomo deve faticosamente cercare al di fuori di sé e al di sopra di sé, ma si è fatto uomo per incontrarci sul nostro stesso terreno e da allora è incontrabile nell’esperienza della Chiesa.

Ebbene, invece di percepire questa discesa di Dio come un aiuto di incommensurabile misericordia per aiutare la religiosità dell’uomo, il Dio fatto uomo in Gesù Cristo viene avvertito come scomodo. Proprio così, un Dio senza contorni umani, addirittura inteso come una energia impersonale che è presente in ogni cosa – è questa una visione oggi assai diffusa della divinità – è molto comodo e assai poco impegnativo: ognuno può pensarlo a suo modo, può sentirlo e non sentirlo a secondo dei suoi stati d’animo, e soprattutto è un dio che non intacca affatto le scelte di vita. Questo divino diffuso ovunque, circola nel cosmo con diversi livelli di profondità, e basta imparare la tecnica giusta per appropriarsi di questa energia, così da diventare sempre più divini anche noi.

Un Dio personale che si è fatto uomo, invece, costituisce un modello di vita umana che manda in crisi il nostro modo di vivere, lo interroga continuamente, lo invita a continua conversione, impone la fatica di incontrarlo nell’uomo, soprattutto nel povero e nel sofferente e – ciò che spesso dà ancora più fastidio – continua a parlare nella e attraverso la Chiesa.

Potremmo utilizzare due immagini per descrivere questi due modi di intendere Dio: un Dio vicino e che soprattutto ha assunto la mia stessa umanità è come uno specchio in cui mi vedo costretto continuamente a confrontarmi; un Dio lontano, dai contorni indefiniti, è come un blocco di plastilina a cui io posso dare, di volta in volta, una forma diversa a partire dalle mie esigenze interiori.

La differenza tra queste due prospettive è abissale. Se Dio è plastilina a cui io do la mia forma preferita, il rischio è quello di moltiplicare le immagini di Dio e di costruire, quindi, una confusione in cui a perderci è soprattutto l’uomo. E poi, che senso avrebbe un dio che è semplicemente una variabile della libertà umana? Come potrebbe essermi davvero dio uno che è uscito dalle mie mani, quelle mani fragili che proprio in Dio cercano la loro sicurezza?

Ben più rispondente al desiderio stesso che è inscritto nell’uomo è il Dio in cui io posso specchiare la mia umanità e ricavarne certo la sensazione che la mia immagine non è mai pienamente corrispondente all’immagine di Dio che io sono. Essa è offuscata dalla mia fragilità e dal mio peccato, ma è immensamente aiutata dalla presenza – che la Chiesa rende attuale ancora oggi in una compagnia umana – di un Dio che mi assomiglia e in cui l’immagine umana di Dio è perfetta.

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