Pellegrini, non vagabondi…

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO – Anno B

«Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli». Così inizia la sequenza di questa solennità del Corpus Domini. È una bellissima preghiera che ci aiuta a comprendere il senso di una festa che sembra ricopiare il Giovedì santo, ma che in realtà mette, in un certo senso, in cammino il mistero dell’Eucaristia. Istituito nel Cenacolo per anticipare il dono supremo della Croce, si realizza – andando oltre il segno – sul Calvario, ma poi ha bisogno di essere continuamente celebrato come «memoria» e di diventare continuamente vivente nella Chiesa e nel mondo. Le parole di Gesù ai suoi discepoli: «Senza di me non potete fare nulla», potrebbero essere attualizzate così: «Senza Eucaristia non potete fare nulla».

E qui s’inseriscono le bellissime parole della sequenza.

«Ecco il pane degli angeli». Come? Degli angeli? Che se ne fanno gli angeli dell’Eucaristia? Non vedono forse Dio? Proprio così! L’espressione vuole indicare che l’Eucaristia qui sulla terra ci mette alla pari con gli angeli, perché ci fa vedere Dio. Fare la comunione è, in un certo senso, un’esperienza angelica. Ma solo in un certo senso, perché noi non siamo spiriti puri come gli angeli, e poi l’Eucaristia è un pane che si mangia e quindi noi Dio lo tocchiamo e lo mangiamo, non solo lo vediamo. Siamo più degli angeli, e l’Eucaristia è un’esperienza terrena pensata da un Dio fatto carne, fatta apposta per gente che deve camminare e non solo contemplare.

Infatti, subito si aggiunge: «Ecco il… pane dei pellegrini». L’Eucaristia è sì pane angelico, ma noi ce ne nutriamo con i piedi per terra. Sarà utile a questo proposito fermarci a riflettere su questa espressione: pellegrini. Da non confondersi con i vagabondi, gente che sta sulla strada, ma a cui manca una meta, una destinazione. Sono sulla strada e basta, e la meta è non avere una meta precisa. Questa condizione – che è stata un’icona della cosiddetta beat generation degli anni ’60 e che ha il suo manifesto nel famoso libro di Kerouac, Sulla strada – sta tornando di moda. Con una variante che la rende anche più pericolosa.

Come ebbe a dire il card. Scola, lo stile che va per la maggiore oggi è quello dei «vagabondi comodi», vagabondi che sanno dove mangiare e dormire, vagabondi con il cellulare e con mille canali televisivi. Eppure senza una meta precisa. Ecco, l’Eucaristia non è il pane dei vagabondi, soprattutto dei vagabondi comodi di oggi. L’Eucaristia è il pane dei pellegrini. Perché l’Eucaristia contiene in se stessa la meta. Perché Gesù ha detto: «Io sono la via, la verità e la vita». Cioè: io sono la strada, io sono la meta, e riempio di me il tempo del cammino. Cibarsi insieme di Gesù nella Messa significa addirittura diventare Gesù, e comunque mettersi in cammino insieme verso questo prodigioso «diventare Gesù» che è la vita stessa della Chiesa, della comunità cristiana. Ciascuno di noi nutre dei desideri in cuore, e ciascuno di noi avverte la fatica del realizzarli. Ebbene, l’Eucaristia è la consolante conferma che il desiderio non è incompatibile con la fatica, che la bellezza non è incompatibile con il sacrificio, che il piacere non è incompatibile con il dovere, perché l’Eucaristia è il pane di chi cammina. E, come dice una canzone, «cammina l’uomo quando sa bene dove andare». Facendo la comunione, quindi, noi chiediamo a Dio che sostenga la nostra fatica, ma che nello stesso tempo non raffreddi il nostro desiderio, anzi che, attraverso la fatica, lo conduca alla meta. Dice molto bene il salmista: «Affida al Signore la tua via, ed egli compirà la sua opera». È fatica da pellegrinaggio, tutta tesa ad una meta terrena e ultraterrena!

Vogliamo dire tutto questo con un’altra parola, ancora più chiara? La sequenza aggiunge: «Ecco il… vero pane dei figli». Siamo figli, e perciò il nostro cammino ha una meta, che non è un luogo, ma è l’abbraccio di un Padre. Quale padre dà una serpe al figlio che gli chiede un pane? Il nostro Padre – che sta nei cieli, ma che è nostro – ci dà un pane che sazia veramente, e ce lo dà con amore paterno, facendoci sentire figli. Volesse Dio che ci accostassimo sempre alla comunione portando in cuore questa consapevolezza: nel Figlio Gesù, anche noi siamo figli.

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