Colpo di testa 72 / La verità di carne e sangue di Giulio e dei suoi genitori

Corriere di Como, 15 maggio 2018

Foto ANSA/LUCA ZENNARO

Uno sciopero della fame per salvaguardare la ricerca della verità. Lo ha annunciato la madre di Giulio Regeni, Paola, insieme alla sua legale Alessandra Ballerini. Il motivo prossimo che ha portato a questa decisione è l’arresto di Amal, la moglie del consulente legale della famiglia Regeni in Egitto: le due donne faranno una sorta di digiuno a staffetta per chiederne la liberazione immediata. Ma è ovvio che l’arresto di Amal costituisce l’ultima mossa delle autorità egiziane per bloccare la ricerca della verità sulla uccisione di Giulio, avvenuta tra gennaio e febbraio del 2016, attraverso una indagine che la famiglia dello studente friulano sta conducendo parallelamente a quella ufficiale. In una nota della famiglia Regeni si legge: «Nessuno deve più pagare per la nostra legittima richiesta di verità sulla scomparsa, le torture e l’uccisione di Giulio». E Paola Regeni ha aggiunto una affermazione che fa ulteriormente capire che cosa si teme: «La verità può essere pericolosa per chi la cerca».

Fa sempre una certa impressione sentir pronunciare la parola «verità». E desta meraviglia che si faccia uno sciopero della fame per la verità. Ma che cos’è la verità? La domanda fu posta – un po’ distrattamente, a dire il vero – dal procuratore romano Ponzio Pilato nel famoso processo a Gesù. Apparentemente rimase senza risposta, anche se il filosofo francese Fabrice Hadjadj scrive che la risposta ci fu e stava e continua a stare «nel passaggio da una domanda astratta a una presenza concreta, nel capovolgimento da una soluzione teorica a una richiesta di carne e di sangue». Cioè: la verità, che è stata buttata fuori dalla porta del dibattito delle parole e delle teorie come arrogante pretesa di avere ragione, rientra dalla finestra del contesto ben più ampio delle relazioni umane come scambio di vita. Scrive Hadjadj: «La verità non si compie in un sistema disincarnato, ma nell’ascolto di una voce» e «la voce è l’espressione di una persona».

Anche nel caso Regeni, quindi, la domanda da porsi è non tanto: «che cos’è la verità?», quanto: «di quale verità stiamo parlando?». Paradossalmente e almeno nominalmente ce n’è più d’una, a seconda dei soggetti in campo. Sul terreno di gioco la ricerca della verità fattuale è viziata dalla trama delle relazioni che intersecano l’auto-difesa di un potere politico tirannico con una “verità” diplomatica e una “verità” economica. Per cui chi cerca di bypassare queste supposte “verità” è davvero in pericolo perché insidia quel delicato equilibrio che si regge sulle mezze verità e sulle omissioni e, quindi, poggia di fatto sulla falsità. Ma è una falsità che fa comodo all’Egitto di Al Sisi e forse potrebbe solleticare anche qualche accomodamento in ambienti diplomatici ed economici.

Ecco perché – bisogna gridarlo forte – la verità «di carne e sangue» sta soltanto in un posto, ed è la persona vilipesa, torturata e uccisa di Giulio Regeni. E sopravvive soltanto in un posto, nel dolore e nella tenacia dei suoi genitori.

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