Colpo di testa 71 / La vita, le sfide e l’imponderabile

Corriere di Como, 8 maggio 2018

Nei giorni dei ponti del 25 aprile e del Primo maggio numerose sono state le tragedie avvenute in montagna di cui ci hanno parlato le cronache. La primavera con le nevi che si sciolgono e l’aumento del rischio delle valanghe è una stagione in cui più sono preventivabili certi eventi luttuosi sulle nostre Alpi, nonostante i bollettini segnalino prontamente lo stato del manto nevoso e gli improvvisi cambiamenti metereologici. Ma la montagna è una passione o è diventata anch’essa un business? Si potrebbe rispondere che le due cose non sono di per sé alternative: ci può essere un business posto, però, al servizio della passione. Ma a quali condizioni questo connubio può dirsi raggiunto?

Negli ultimi anni c’è stato un notevole aumento di un certo associazionismo sportivo che ha pensato di potersi proporre come anello di congiungimento tra l’impresa agonistica vera e propria, riservata a pochi professionisti della montagna, e la standardizzazione della stessa impresa per un pubblico di dilettanti appassionati. Nulla di male, sia chiaro.

Sta di fatto che sempre più la montagna, da traguardo che si conquista è diventata un prodotto che si acquista. Allo stesso modo di un pacchetto vacanza nel villaggio turistico, in cui però il massimo del rischio è alzarsi dallo sdraio dopo un bagno di sole.

Trekking, alte vie, percorsi anche molto difficili e rischiosi sono finiti così nel vortice delle proposte che si trovano in rete e che non è sempre facile valutare correttamente. Si va dai mille euro o poco più dei percorsi alpini sino anche ai 50mila euro delle imprese sulle cime himalaiane. Un business raffinato e avventuroso che solletica l’ego smisurato di persone alla perenne ricerca di emozioni nuove.

Questo meccanismo economico rischia di bucare irrimediabilmente l’unico salvagente che si può portare con sé in montagna: la rinuncia. Essa è spesso l’unica decisione che ti può salvare la vita, e richiede un coraggio ben più grande rispetto alla scelta ostinata di proseguire.

Ora, l’aver pagato in anticipo la quota del trekking o dell’ascensione o del fuoripista guidato rischia di trasformare quella che dovrebbe essere una piacevole escursione in montagna nella pretesa di avere dalla montagna stessa quanto ormai si è pattuito.

Si crede di aver comprato il diritto alle emozioni a tutti i costi, senza rispettare le regole della montagna.

Purtroppo la nostra società è segnata da una sorta di prometeismo, che fa credere che la vita si nutra unicamente di sfide e possa esorcizzare anche l’imponderabile. Invece la montagna esiste proprio per insegnarci a rispettare il senso del limite.

 

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