Un solo gregge, un solo pastore

QUARTA DOMENICA DI PASQUA – Anno B

Pietro – abbiamo ascoltato nella prima lettura un brano della sua predicazione – è davvero un discepolo di Gesù, quel Gesù che ci ha presentato il suo progetto in modo molto chiaro, usando un’immagine – quella delle pecore e del pastore – che forse non è facilmente comunicabile oggi, ma che bene descrive il rapporto che Gesù vuole istituire con noi.Dice Gesù: io sono il pastore buono che offre la vita per le sue pecore; proprio per questo le pecore ascoltano la voce del pastore e diventano un solo gregge sotto la guida di un solo pastore.

Conferma Pietro: Gesù è la pietra angolare che sostiene l’edificio dell’umanità; l’unica pietra, tanto è vero che in nessun altro c’è salvezza e non vi è altro nome dato agli uomini nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati.

Oggi, di fronte ad una simile pretesa, si griderebbe al fondamentalismo. Pietro finirebbe nel ridicolo. Anche Gesù con quella sua immagine del gregge per descrivere l’umanità – ma siamo matti, io sono libero, altro che gregge di pecore! – avrebbe qualche problema a farsi ascoltare dal pubblico imbevuto di rispetto profondo per l’individuo. È talmente vero questo, che i cristiani per primi hanno smesso di ripetere integralmente le parole di Gesù e quelle di Pietro. Tra di noi serpeggia, purtroppo, su questo punto, una grande confusione. Ci preoccupiamo di coloro che hanno un’altra religione, al punto da avere vergogna a ripetere le parole di Pietro, che sono ancora vere, e sono vere alla lettera, anche se evidentemente nono sono pronunciate come offesa degli altri ma come contributo per un autentico dialogo. E dico di più. Gesù, proponendosi come guida sicura e affidabile, in realtà dà risposta al desiderio che continua ad albergare nel cuore degli uomini, i quali, proprio perché sviati dalla mentalità individualista del nostro tempo, avvertono il bisogno che qualcuno dica loro: sono io il buon pastore della tua vita.

Una breve riflessione sulla situazione dell’uomo contemporaneo può aiutarci a capire che è così. Domandiamoci: è proprio vero che l’immagine del gregge di pecore è così strana? Non direi. In fondo, l’individualismo ti dà l’illusione di essere tu l’artefice della tua vita, ma in realtà genera esattamente il peggior tipo di gregge che possa esistere. Mai come oggi abbiamo la sensazione che la massa vada compatta nella stessa direzione, convinta di andarci nel pieno possesso della propria libertà, ma in realtà costretta da mille mercenari che la manipolano a proprio piacimento. Basterebbe fare un’analisi attenta di una qualsiasi delle mode – nel vestire, nel mangiare, nei modi di comportarsi, nei luoghi da frequentare – prodotte dalla pubblicità, per avere la netta sensazione dei molteplici greggi di pecoroni di cui è composta la nostra società, che pure va fiera della propria libertà.

Come aveva ragione lo scrittore inglese Chesterton (quello di padre Brown) quando diceva che «quando non si crede più in Dio, non è vero che non si creda più a nulla, si crede a tutto». L’uomo di oggi, che sembra così sicuro della sua libertà, è preda di mille paure. Lascia magari  il grande grembo della Chiesa cattolica perché gli imponeva di andare a Messa tutte le domeniche e di confessarsi ad un prete, e poi, per inseguire la propria libertà, è finito in uno sparuto gruppetto in cui è liberamente costretto a indossare un amuleto di una certa pietra, a pronunciare migliaia di volte al giorno una parola incomprensibile, a mangiare solo vegetali o animali di un certo tipo, a spendere un bel po’ di soldi per quel corso indispensabile al proprio cervello, a fare ginnastica, ecc. Insomma, è schiavo di mille cose che non lo rendono felice, morirà come tutti gli altri, e nel suo cuore conserva sicuramente il desiderio di una guida vera, disinteressata, gratuita, magari normale ma serena e severa. Gesù dice: sono io il buon pastore, lascia perdere tutti i mercenari. Pietro dice: è Gesù il nome, l’unico nome, che salva. È detto anche per noi. È detto soprattutto per noi, che dovremmo già saperlo, ma che magari lo pronunciamo solo a parole e con la vita ce lo siamo dimenticato.

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