Colpo di testa 68 / I tanti Gigi Buffon. Ma come siamo messi?

Corriere di Como, 17 aprile 2018

«Ma come siamo messi?». La domanda è posta in un tweet di Alessandro Del Piero, icona del calcio italiano. Qualcuno l’ha insultato sui social perché aveva dichiarato di non aver compreso la reazione di Gigi Buffon nel dopo-partita di Real Madrid – Juventus. Domanda per nulla banale, che, sia chiaro, sorge non solo davanti alle dichiarazioni francamente imbarazzanti di un calciatore, ma anche rispetto a situazioni internazionali ben più complesse e delicate. Già, «ma come siamo messi?». Ed è una domanda retorica, perché sotto il punto interrogativo nasconde un’affermazione esclamativa: «ma come siamo messi male!».Il caso Buffon è facile da spiegare: dall’alto dei suoi quarant’anni, il portierone della Juventus ha deciso che la sua particolare sensibilità umana e sportiva deve diventare il criterio di giudizio valido per tutti, e a maggior ragione la deve avere in cuore il giovane e inesperto arbitro se vuole dirigere una partita così delicata, altrimenti può accomodarsi in tribuna a fare da spettatore con la moglie e le patatine. Parla da arrabbiato? Forse sì. Ma a giorni di distanza Buffon non smentisce, anzi conferma. Forse avrebbe solo civilmente evitato di paragonare l’arbitro ad un animale – a proposito, dove sono finiti gli animalisti? – e il suo cuore ad un bidone dell’immondizia. Il vero problema è che, nel nostro mondo fragile e frammentato, facile allo scontro e alla rissa, portato agli entusiasmi e alle depressioni, tipi come Buffon assurgono a personaggi troppo potenti, socialmente influenti, e arrivano alla pretesa che gli altri condividano e collaborino, con genuflessa sensibilità, ai loro “sogni”.

La partita più importante, insomma, la giochiamo tutti sul versante educativo, cioè a livello della formulazione delle idee e della formazione dei comportamenti. Il rischio è che un ricco giocatore di calcio non parli come un povero personaggio di un mondo minore, ma sia il paradigma del modo di pensare e reagire, e sdogani un certo modo di dire e di fare, e susciti quel dibattito che è ormai irrimediabilmente sfuggito alle maglie della cultura. I Gigi Buffon di turno diventano così i plasmatori del sentire comune, i modelli da amare o da odiare (senza tonalità di grigio) per una marea di sprovveduti, che nella vita non hanno altri strumenti di giudizio che il «mi piace» o il «secondo me».

Accade così che Buffon inviti l’arbitro a stare in tribuna con la moglie e che migliaia di imbecilli coprano di insulti sui social, al telefono e con lettere inviate a casa, la povera Lucy Oliver, moglie dell’arbitro incriminato, tanto da costringere la polizia britannica ad aprire un’indagine. «Ma come siamo messi?».

E la domanda non cambia, se ci spostiamo nel teatrino della politica nostrana con il «gioco a premier» di queste settimane, dove al posto dei dialoghi ci sono gli scambi di battute e i veti incrociati. E se guardiamo sullo scacchiere internazionale, ad esempio alla crisi siriana, ai posti di governo scopriamo delle marionette che giocano alla guerra di missili e tweet (con tanto di obiettivi comunicati in anticipo al “nemico”). E sorge il fondato sospetto che a muovere i fili sia il solito Mangiafuoco dei soldi.

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