Tesoro solo se nel campo…

DICIASSETTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno A

Trovare un tesoro è sinonimo di un colpo di fortuna che cambia la vita. Il tesoro, poi, è quasi sempre identificato con il denaro. L’altro giorno sono entrato in un bar per prendere una bibita fresca. Alle spalle del barista, la parete era tappezzata di biglietti con l’indicazione di vincite al “gratta e vinci” accumulate negli ultimi mesi dai clienti. Mi sono detto: persone che hanno trovato un tesoro! Chissà se al bar erano entrate come me semplicemente per bere una bibita fresca, oppure proprio per “grattare” qualche biglietto, nella speranza che fosse quello vincente… Comunque sia, nell’immaginario collettivo il tesoro è una somma di denaro caduta dal cielo, totalmente gratis.

Ora, nella prima parabola, il tesoro è di tutt’altro tipo. L’uomo che lo trova, infatti, non se lo porta via, ma rinuncia a tutto quanto possiede per comprare il campo in cui il tesoro trovato è stato da lui nuovamente nascosto. Il regno dei cieli – che Gesù ha detto essere simile ad un campo in cui il grano e la zizzania crescono insieme e il padrone lascia che sia così sino al tempo della mietitura – è simile anche a questa strana vicenda di un tesoro che resta tale solo se resta unito al campo in cui un uomo lo ha rinvenuto. Il colpo di fortuna si trasforma necessariamente in un distacco da tutto per possedere quel tesoro che, evidentemente, vale più di tutto. Il distacco non è contemplato dalla dinamica terrena del trovare tesori, ma qui stiamo parlando del regno dei cieli, non di un biglietto “gratta e vinci”. Il tesoro è quello che cambia la vita, nel senso che le dà la giusta direzione verso la pienezza della vita, e per questo tipo di tesoro è necessario acquistare il campo in cui il tesoro rimane nascosto. È necessario il sacrificio di tutto.

Ora, nella parabola la parola “sacrificio” non compare, anzi è messo in rilievo che il motore di tutto è la gioia, ed è la gioia che fa vendere tutto. Anche qui non ci siamo con i canoni terreni della felicità. Come si fa a pensare che uno si distacchi da tutto quanto possiede con gioia? Lo si può pensare a patto di non intendere la gioia come un’allegria da quattro soldi, e solo se il motivo del vendere è il comperare qualcosa che ci si è convinti valga assai di più. Una sorta di valore aggiunto, un bene che regala valore alla vita. Da questo punto di vista non c’è alcuna contraddizione tra la gioia e il sacrificio. La vera felicità si trova sempre nel campo del sacrificio, ne costituisce il tesoro. Per capirlo dobbiamo trovare un’immagine diversa da quella che comunemente abbiamo del tesoro. Siamo soliti immaginare quel tesoro trovato nel campo come un forziere pieno di soldi o di perle preziose o di oro. Qualcosa che, volendolo, si può portare via, sottraendolo al campo in cui si trova. Invece no: è un tesoro che resta tale solo nel campo, per cui bisogna comprare il campo per poter godere del tesoro. Immaginiamo, allora, che il tesoro sia una sorgente d’acqua pura che sgorga sotto una roccia in un verde terreno di montagna. Non è forse un tesoro prezioso una fonte d’acqua che, una volta sgorgata in un punto preciso, poi trova una strada per diffondere la sua ricchezza in quell’immenso campo che è il mondo? Certo che è un tesoro, ma non puoi dissotterrarlo e portarlo via, una volta che lo hai trovato. La sorgente è il tesoro che impreziosisce il terreno in cui si trova e devi comprare quel campo se vuoi godere del tesoro della sorgente. Non un biglietto fortunato spendibile altrove, ma un tesoro radicato profondamente dentro una storia, un tesoro da far fruttificare come il seme della parabola del buon seminatore, un tesoro da lasciare lì nel terreno sino alla fine del tempo come il buon grano divenuto spiga dorata in mezzo alla zizzania.

La felicità sta nel trovarlo e nel vendere tutto. Si badi bene: non è una richiesta per i preti e le suore. Il regno dei cieli è per tutti. Ma non è forse vero che il tesoro dell’amore tra un uomo e una donna è tale solo nel campo del matrimonio? Non è forse sorgente d’acqua pura per la cui preziosità si lascia tutto e ci si imbarca in una vicenda terrena irta di difficoltà, lastricata di fatica e piena di sacrifici fatti per il bene l’uno dell’altra e dei figli? E non è forse la gioia il motore di tutto? Sì, la famiglia potrebbe benissimo essere un’immagine reale di questo tesoro nel campo con cui Gesù vuole illustrare il regno dei cieli.

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