Colpo di testa 35 / Le vacanze estive e il posteggio forzato

Corriere di Como, 13 giugno 2017

«Evviva. Finalmente sono cominciate le vacanze estive!». Mi è sembrato di leggere queste parole sul volto dei ragazzi che in questi giorni hanno terminato l’impegno scolastico. Ho provato un moto di nostalgia per la bellezza di quella sensazione, provata tante volte, di avere davanti l’incredibile serbatoio di tre lunghi mesi di vacanza. Purtroppo, quando si esce dall’età scolare, questa sensazione svanisce e rimane, se va bene, solo nella memoria emotiva. Da grandi tutto sembra correre senza più interruzioni così gratificanti.

Mi sono, però, ricreduto quando ho scoperto che cosa accade a tanti bambini e ragazzi, già a partire dal primo lunedì di vacanza, ieri appunto. Essi sono di fatto inseriti in un piano di “posteggio forzato” dentro percorsi dorati, che vanno dal lunedì al venerdì e dalle otto del mattino alle sei o sette di sera, per almeno quattro settimane. Il piano può essere anche molto variegato e distendersi su quasi due mesi: prima il grest parrocchiale, poi il campo estivo comunale, poi la settimana organizzata dalla società sportiva e la settimana verde o biologica. Una vera e propria macchina organizzativa si è creata nel corso degli ultimi anni, con lo scopo di riempire le vacanze dei ragazzi, in risposta al bisogno di genitori, entrambi super impegnati con il lavoro, di piazzare i figli da qualche parte.

Quand’ero un bambino, il pomeriggio stesso della fine della scuola iniziava la magnifica vita da cortile con i giochi interminabili a indiani e cowboy, il nonno che arrivava a merenda con l’anguria, la mamma che s’affannava alla finestra a dirmi di non sudare, le escursioni in bicicletta sulle strade del lago o su all’Alpe del Vicerè. Libertà allo stato puro, sino allo sfinimento in qualche giornata, ma poi c’erano i giorni dedicati alla lettura, qualcuno passato a far niente, e comunque la mattina si poteva dormire un po’ di più rispetto alle levatacce per andare a scuola. Ora è tutto cambiato, almeno per alcuni ragazzi che non hanno la mamma casalinga o i nonni. A proposito, i nonni ci sono ancora, ma spesso sono più anziani di una volta (si sa, l’età dei figli si è spostata in avanti) e quindi anche meno disponibili.

Naturalmente tanto di cappello a tutte le pregevoli iniziative messe in cantiere da questa o quella istituzione per riempire le vacanze dei più giovani: vi sono anche progetti educativi e non solo programmi di animazione, ma lo scopo principale resta quello di parcheggiare i ragazzi per le canoniche otto ore di lavoro dei genitori, meglio ancora se con tavola calda a mezzogiorno. Ma almeno i ragazzi sono contenti? Forse sì. Si divertono, e in effetti la cifra di tutta la macchina estiva è il divertimento. Letteralmente, azione con cui uno si volta da un’altra parte. Tutto prestabilito, tutto veloce, secondo il refrain della società degli adulti. Tanto adulti lo devono diventare questi ragazzi, meglio che si preparino subito al ritmo vero della vita!

Ho guardato bene il volto di questi ragazzi, e mi è sembrato di leggere: «Cavolo. È finita la scuola invernale. Inizia la scuola estiva».

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