Colpo di testa 31 / L’otium e il cervello che è macchina lenta

Corriere di Como, 16 maggio 2017

Gli antichi latini lo chiamavano otium. Era il dono degli dei riservato agli uomini liberi e colti, giacché solo agli schiavi spettavano i lavori materiali. Ben presto la parola cadde in disgrazia, e già Catone il vecchio avrebbe coniato la famosa espressione con cui l’ozio è diventato «il padre dei vizi». Una certa idea della sacralità del lavoro, poi, non ha favorito le sorti dell’otium, considerato ormai alla stregua di un «dolce far niente». Oggi pochi osano pronunciare la parola «ozio» con una accezione positiva. Si preferisce parlare di «tempo libero», anche se la locuzione è ambigua, perché può essere riempita in modi diversissimi, variando dal riposo all’attività inutile, sino al divertimento e allo «sballo». Anzi, il vero problema è proprio questa smania di riempire il tempo libero, visto che la rimanente copiosa parte del tempo – quella del lavoro – è già decisa da qualcun altro e occupata da qualcos’altro.

L’uomo crede di liberarsi dalle maglie strette della mentalità efficientista, ma in realtà finisce poi per usare lo stesso metro per misurare il tempo libero, che quindi non è affatto liberato dalla schiavitù dell’homo faber, l’uomo ridotto alla dimensione del fare, anzi del fabbricare. E così si è stritolati prima dalla macchina del lavoro e poi dall’ancora più terribile macchina del divertimento. Può salvarci solo l’ozio, che proporrei di definire «grembo delle virtù», ribaltando l’infelice definizione divenuta proverbiale.

Oggi si preferisce parlare di «lentezza» della vita, in opposizione a quella «nuova bellezza della velocità», salutata con entusiasmo nel 1909 dal Manifesto del Futurismo. A me non dispiace la parola antica, se non altro perché il suo opposto – il negotium – richiama proprio quella mentalità di un consumo frenetico, che si è come condensata nello spazio del negozio, divenuto ormai supermercato. Eviterei però gli slogan semplicistici dell’ideologia slow. L’otium, a mio parere, in questo ventunesimo secolo può solo essere un grande ispiratore di equilibrio, in un mondo che non ne ha più. C’è bisogno di staccare la spina per compiere l’azione lenta della riflessione, che piace a quella macchina lenta che è il nostro cervello. Noi lo bistrattiamo continuamente, facendolo correre in competizione con le macchine artificiali che abbiamo inventato. Quelle vanno veloci, ma il cervello procede al ritmo della tanto osannata natura, ed è un ritmo lento.

La vita  – quella che dichiariamo solennemente di voler seguire nei nostri proclami di naturismo (ecologico, alimentare, sanitario) – è lenta e noi invece andiamo sempre più veloci. E, quindi, siamo perennemente depressi, stanchi, demotivati. Ben venga, dunque, l’otium della sana riflessione, per smettere di domandarsi sempre e soltanto: «Che cosa posso e devo fare?», per uscire cioè dalla degenerazione progressiva del «sapere» in «saper fare».  Forse – lo scrivo sottovoce – la conoscenza porta in sé questa tendenza pragmatica nel suo statuto. Forse dobbiamo liberarci dal suo strapotere. In effetti, l’otium è un movimento del desiderio, non della ragione.

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