Natale: l’altro prima di me!

NATALE DEL SIGNORE

ghidotti-bagolino-2000Che parole bisogna dire a Natale? Che parole vi aspettate di sentire da me? Vi confesso che in questo momento mi piacerebbe sedere e stare in silenzio. Non dire parole mie e lasciare che la Parola fatta carne risuoni nel cuore di ciascuno. Eppure la notizia di questa notte santa parla di un Fatto che domanda sì lo stupore che può stare racchiuso in uno sguardo muto, ma anche l’andare, il parlare, il fare, il testimoniare.

Il Fatto di questa notte è una nascita, la nascita di un bambino. Io sono l’ultimo che possa parlarvi di questo. Ci vorrebbero una mamma od un papà, magari freschi dell’esperienza di questo evento. Ma sono sicuro che anch’essi saprebbero solo balbettare… Se poi, a nascere bambino è Dio stesso – ed è questo il Fatto di Natale – quali parole bisogna dire? «Mi escono dal cuore parole di bellezza», suggerisce dal Medioevo una santa donna quale Ildegarda di Bingen. Più vicino a noi un poeta – Giorgio Caproni – aggiunge e quasi corregge: «Povere mie parole, stracci o frecce di sole?».

Rischiamo tutti di arrivare stanchi al Natale. Lo erano anche Maria e Giuseppe. Lui, preoccupato di cercare un ricovero per la sua sposa ormai pronta a partorire. Lei, tutta protesa a quella vita a cui era chiamata a dare la luce, in condizioni disagiate, lontana dalla sua casa. Questo papà e questa mamma ci insegnano l’unico vero segreto del Natale, l’unica parola che lungi dall’essere straccio è davvero freccia di sole e, quindi, parola di bellezza. Non pensavano a se stessi in quel momento: Giuseppe pensava alla sua Maria, e Maria al suo Gesù. Erano totalmente protesi sull’altro, dimentichi del proprio star bene, proiettati nel dono. Se giungiamo stanchi, eppure nel nostro cuore alberga il desiderio di essere – nonostante tutto – dono, allora, stiamone certi, siamo nel cuore del Natale e possiamo trovare il nostro posto nel presepe. Sì, perché nel dimenticarsi di se stessi per costituire il dono vivente all’altro sta l’essenza del Natale cristiano.

Se ci pensiamo bene, tutti i personaggi del nostro presepe seguono questa suprema legge dell’amore. I pastori, affaticati da giornate pesanti, trovano la forza di mettersi in cammino. C’è l’uomo che porta il pane. La donna che porta l’anfora con l’acqua. Il pastore che si mette sulle spalle la legna per accendere il fuoco. Ebbene, tutti i personaggi si muovono perché c’è un altro a cui pensare, a cui donare qualcosa di se stessi.

L’altro vale più di me, per l’altro io posso mettere tra parentesi la mia fatica, i miei acciacchi, i miei legittimi desideri, anche i miei diritti. L’altro ha un volto umano. È quello dei miei genitori anziani, malati o solo forse un po’ desiderosi della mia compagnia. È quello di mio marito, di mia moglie, che vorrebbe la mia attenzione e a cui magari io sono tentato invece di dare solo la mia preoccupazione. È quello dei miei bambini, che mi aspettano per espropriarmi del mio tempo libero e ridonarmelo inaspettatamente liberato dall’affanno, solo che io accetti di donarlo a loro. È il volto dei tanti malati che, distesi su un letto, aspettano una guarigione – quando essa è ancora sperabile! – oppure soltanto la vicinanza e la cura. Ciascuno di voi aggiunga un volto umano e componga il suo presepe vivente. L’importante è che, poi, verso questo volto diriga il suo cammino, e, dimenticando se stesso, si doni all’altro sapendo che quel volto umano è quello di Dio. Questa è la notizia che stanotte riecheggia nella nostra chiesa così come in ogni parte del mondo: Dio ha il volto di un bambino. È Natale: ogni altro umano è Dio. È di nuovo Natale qui in mezzo alle nostre case, se l’altro è più importante di me.

L’altro giorno una bimba di non ancora tre anni mi ha dato una di quelle risposte così evangeliche che non si dimenticano facilmente. Aveva un bellissimo pigiamino colorato e ne andava molto fiera. Le ho detto: «Piacerebbe anche a me averne uno così…». Ha lasciato passare qualche secondo e poi ha detto con tono sicuro: «Quando diventi piccolo!». Proprio così, carissimi: Natale è Dio diventato piccolo. Essere piccoli è naturale, ma poi si cresce e si diventa grandi. Diventare piccoli è l’unico modo per diventare grandi davvero. Buon Natale, dunque. Cioè: voglio diventare piccolo, diventa piccolo anche tu!

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