Colpo di testa 11 / La tabula rasa al posto del Natale

Corriere di Como, 20 dicembre 2016

call-centerIo vivo fuori dal rumore del traffico e anche al riparo dalle troppe luminarie. Non sono affatto un fondamentalista arroccato dentro i ruderi del tradizionalismo, ma so che il nuovo diventa vecchio in fretta nel nostro mondo. Mi piace la fantasmagoria di luce che avvolge Como in questi giorni delle feste, ma preferisco altri tepori. Ho la sensazione che il Natale vero sia sempre lo stesso che ho imparato da bambino, ma credo che siano sempre meno coloro che lo attendono. Anzi, è proprio l’attesa ad essere finita in soffitta tra le cianfrusaglie.

Che cosa ne abbiamo fatto del Natale? Abbiamo cominciato con il perdere le radici della festa cristiana. Oggi, un insegnante che in classe dovesse dire che è Natale perché nasce Gesù, rischierebbe un richiamo disciplinare. Segni come il presepe sono guardati con sospetto, perché connotati religiosamente. Ogni tanto rinfocola qualche polemica, ma con il passare degli anni subentra una sorta di rassegnazione. Si insegue la chimera pedagogica di una tabula rasa che vada bene per tutti. Si dice: cancelliamo tutto, perché il valore universalmente condivisibile è una lavagna su cui ciascuno poi scrive ciò che vuole. Ebbene, anche questo Natale laico – non si dice più “Buon Natale” ma “Buone feste” – scricchiola paurosamente. La lavagna è stata ripulita ma resta intonsa, oppure compaiono solo scarabocchi, segni di smarrimento e confusione. C’è chi propone il ritorno al solstizio d’inverno del romano Sol invictus, perché un pizzico di paganesimo oggi fa tendenza. C’è chi propugna la cancellazione della parola “Natale” da sostituirsi con “festa della luce” o “festa d’inverno”. Ma la maggioranza ormai ha smesso del tutto di domandarsi il perché del Natale: è festa e basta, si sta in famiglia e con gli amici, ci si scambiano regalucci – coi tempi che corrono, anche i regali dimagriscono – e si va magari a sciare (ormai, anche se non nevica, le piste sono perfettamente innevate).

Natale ridotto alla sua dimensione umana? Non direi proprio. È il Natale cristiano che ha compiuto questo percorso tra Dio e l’uomo. Mi si passi l’espressione: è a Betlemme che Dio si è “ridotto” nell’uomo. Nelle nostre città si è perso proprio questo spessore umano della vita. Leggo, ad esempio, che in questi giorni un operatore di telefonia mobile è stato multato dal Garante per le Comunicazioni perché l’utente che chiama il call-center si trova impossibilitato a parlare con un essere umano. Solo un percorso guidato tra voci sintonizzate e numeri da pigiare! Altro che dimensione umana, stiamo finendo nel tritacarne della comunicazione frenetica e spersonalizzata… Si chiama comunicazione, ma poi si parla con una tastiera!

Io continuo a credere che del Natale abbiamo bisogno. Del Natale vero, quello antico e sempre nuovo. In fondo Natale è l’unica rivoluzione avvenuta in mezzo agli uomini. Per questo ancora oggi fatichiamo ad accoglierla.

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