«Misericordia et misera». Quelle parole coniate da sant’Agostino, ora riprese da papa Francesco…

AGOSTINO CLERICI, La notte in cui nacque Misericordia. Incroci di donne, L'essenziale è visibile, Tavernerio 2015, disegni di Guido Calvi, pagine 96, euro 8,00

AGOSTINO CLERICI, La notte in cui nacque Misericordia. Incroci di donne, L’essenziale è visibile, Tavernerio 2015, disegni di Guido Calvi, pagine 96, euro 8,00

In questi giorni sto leggendo la lettera apostolica che papa Francesco ha scritto a conclusione del Giubileo straordinario della misericordia. Mi ha colpito il fatto che già nel titolo egli abbia preso spunto da un discorso tenuto milleseicento anni fa’ (forse nel 414) da sant’Agostino, un discorso che fa parte di quella grande opera, composta da 124 discorsi a commento del vangelo di Giovanni. Il racconto è quello dell’incontro tra Gesù e la donna adultera che sta per essere lapidata (Gv 8,1-11). Sant’Agostino, quando arriva al punto in cui sulla scena restano soltanto Gesù e la donna, con l’essenzialità e la forza della lingua latina, dice: relicti sunt duo, misera et misericordia (rimasero in due, la misera e la misericordia). Come a dire che c’è una disparità profonda tra colui che incarna la misericordia nella sua stessa persona e colei che, nonostante il suo peccato, non è la miseria ma semplicemente una misera. In questa definizione c’è l’infinita distanza tra l’essere peccato e l’essere peccatore, distanza che è alla base del perdono donato da colui che, invece, non è solo misericordioso, ma è la misericordia.

Mi piace talmente questa pagina agostiniana che lo scorso anno – prima che il Giubileo si aprisse – l’avevo presa come spunto di un racconto, che esordiva proprio con una interpretazione letteraria della scena evangelica, da cui ora prende spunto anche la lettera apostolica di papa Francesco. Il libro La notte in cui nacque Misericordia è ancora disponibile. Riporto qui la scena altamente drammatica da cui il racconto prende il suo avvio, così che possa essere un piccolo contributo alla lettura stessa del documento papale a conclusione del Giubileo.

Mikal

E’ passato un anno da quel drammatico pomeriggio. E mi pare ancora di riviverlo.
Quell’uomo è comparso all’improvviso, come uscito da un desiderio inespresso e inesprimibile. Il mio desiderio che qualcuno arrivasse a proteggermi da quell’orda di maschi che mi aveva colto in flagrante.

È paradossale come questa parola che odora di reato assomigli a quell’altra – fragranza – che profuma di tenerezza.
In effetti, in quel caldo pomeriggio, il mio corpo stava teneramente tra le braccia di un uomo che, nonostante non fosse mio marito, ai miei occhi sapeva congiungere – finalmente – la forza e la dolcezza. Il mio corpo era sicuramente lì. La mia testa, lo ammetto, non era del tutto presente.
Quella tenda che ci separava dal mondo non mi faceva sentire al sicuro da sguardi curiosi e inopportuni.
Da qualche giorno mi sembrava d’essere spiata lungo i viottoli che portavano a quella casa alla periferia della città.

Ombre furtive che di colpo presero la forma di uno, due, tre, quattro uomini inferociti che, prima ancora di scostare la tenda, già urlavano minacciosi contro di me.
Ho ancora nelle orecchie quegli epiteti ingiuriosi che sembravano voler rivestire con l’insulto la mia nudità. Ebbi solo il tempo di indossare la tunica, prima di vedermi trascinata a forza lungo la strada sino al cortile del tempio, ove già si era radunata una piccola folla che aspettava solo di poter partecipare all’esito preventivato di quella imboscata.
Lì, senza nemmeno pensarci, cominciai a desiderare che qualcuno potesse materializzarsi. Qualcuno che mi lasciasse parlare, spiegare, cercare una difesa.

Oh, ne avrei avute di cose da raccontare! E qualcuno di quegli uomini l’avrei potuto guardare in volto, facendoglielo imporporare di vergogna. Ma insieme alla dignità mi era stata sottratta la parola. Quelli che erano venuti a prendermi dietro la tenda, nella casa del mio amante, sembravano aver fretta.
Eppure anch’essi aspettavano qualcuno. Avevano già emesso in cuor loro la sentenza di morte e le mani erano ormai protese alle pietre. Era come se aspettassero un giudizio da qualcuno, a cui volevano porre una questione o forse solo tendere un tranello.

Arrivò.
Silenzioso e solenne, Gesù entrò sulla scena.

Improvvisamente il mio desiderio e quello degli scribi e dei farisei parvero come due affluenti finiti nell’unico fiume. Sentii biascicare il nome di Mosè, come un grimaldello capace di aprire ogni porta. Mosè come lasciapassare per un Dio che condanna. «Mosè ha comandato di lapidare donne come questa».
Eccomi ridotta a «questa». Un volgare caso della femminilità disprezzata. Un espediente. Una cosa.

«Tu che ne dici?». Tipica chiosa per inaugurare la chiacchierata di maschi davanti ad una brocca di vino!
No, forse c’era di più. Ma lo capii solo dopo, perché in quel momento ero talmente terrorizzata che la mia attesa era rivolta unicamente a quei sassi che il drappello di uomini mi avrebbe scaraventato addosso.
C’era l’intenzione di mettere in difficoltà Gesù. Io ero davvero solo una cosa, capitata per caso e messa lì per terra al servizio di uno scopo di morte. La mia morte certamente ma, se andava bene, anche quella di quell’uomo. Perché era chiaro che, se egli avesse inciampato nella domanda insidiosa e apparentemente banale che gli era stata rivolta subito dopo l’evocazione solenne di Mosè, avrebbe pure lui potuto finire sotto i sassi di scribi e farisei.

«Tu che ne dici?». Già. Gesù, tu che ne dici? Interessa anche a me.
Che ne dici di una donna che il suo amore di carne lo ha regalato ad un uomo che sembrava diverso dagli altri? (Sembrava. A proposito, dov’è finito? Si è dileguato? È scappato? I maschi hanno concesso al maschio il privilegio di svignarsela). Una donna che quell’amore non l’ha mai avuto da suo marito, che l’ha posseduta da quando aveva quindici anni.
Sì, posseduta come una serva, insieme alle pecore che suo padre le aveva dato in dote.
Che ne dici? Che cosa te ne pare della mia vita, Gesù? Oh, non voglio togliere nemmeno una briciola di peso alla mia colpa, anche perché in questo momento una briciola non basterebbe sull’altro piatto della bilancia a salvarmi da sicura condanna.
«Tu che ne dici?». Loro te lo domandano, perché vogliono condannarti. Io te lo domando, perché vorrei tanto toglierti dal numero degli uomini, non vederti mischiato a questa orda di maschi che brandiscono parole e pietre. Tu che parole dici? Che pietre sai tirare, uomo Gesù?

Mentre così pensavo tra me – ma si può pensare quando la vita è terrorizzata dalla prospettiva di essere da un momento all’altro lapidata? – avvertivo il silenzio che aveva riempito il cortile del tempio.
«Tu che ne dici?». E tu non dicevi affatto.
Poi ricordo ancora il profumo che mi raggiunse lì per terra, ove ero stata gettata, depositata come un prezioso capro espiatorio.
Il tuo profumo, Gesù. Fu quella la pietra che mi lanciasti per prima. E rimasi stupita che un uomo profumasse di buono.
Ero abituata a odori e sudori di uomo, che s’insinuavano nelle mie narici come impronta che precedeva la prepotenza irruente e volgare.
Tu profumavi di vita, Gesù. Trasudavi pulizia, ed era l’impronta più bella di quell’amore tenero che non avevo smesso di desiderare dagli uomini.
Ma soprattutto mi avevi portato quel profumo lì per terra. Lo sentivo così forte, perché tu, in mezzo a quel cerchio di morte che si era creato vicino al muro contro cui ero stata sbattuta, ti eri chinato. Ti eri avvicinato alla mia terra. Gli altri torreggiavano in piedi. Tu no, eri chinato a terra ed io potevo vederti in volto.
Uomo alla mia altezza di donna.

Scrivevi col dito. Quello che avresti dovuto dire lo scrivevi. Su quella sabbia primordiale, che si era depositata sulla pietra del pavimento, lasciavi tracce fragili.
Scrivevi la mia sentenza? Non lo saprò mai, perché il vento – o forse un alito di vita – venne a scompigliare la polvere – o forse no, le diede una forma di vita.
Sta di fatto che te lo domandarono ancora: «Tu che ne dici?». Erano impazienti di sentire come avresti risposto. Ero curiosa di misurare la tua umanità.

Mi accorsi che ti eri nuovamente alzato. Sentii il tuo respiro lasciare il suolo, ove rimanevo rannicchiata e impaurita. Udii le tue parole anch’io, e non mi parve vero ciò che avevo sentito.
Strana sentenza, che suffragava la mia lapidazione ma la affidava a una categoria inesistente, almeno lì nel cortile del tempio. «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Dicesti proprio così. Non «con pochi peccati». Nemmeno «con peccati meno gravi degli altri». No, dicesti «senza peccato».

Il silenzio divenne più spesso della paura.
Accadde come quando il vento da nord in meno che non si dica spazza via le nubi e pulisce il cielo. Non con un colpo di spugna. No, prima una nube, poi un’altra, poi un’altra ancora, e così via, finché la volta celeste è tersa, decisamente e lentamente come seguendo uno spartito musicale che si svuota di note.

Tu intanto ti eri nuovamente chinato, inondandomi del tuo profumo, che mi parve ancora più intenso ed impetuoso.
Ti eri chinato e, come me, potevi vedere le cose e le persone solo dal basso. Compresi che la folla si stava diradando, perché la luce ricompariva a fiotti da ogni lato, come da feritoie che si aprivano in quelle che poco prima sembravano torri inattaccabili. La luce mi inondava sempre più, mano a mano che, due piedi alla volta, gli uomini se ne andavano via, colpiti dalle tue parole, Gesù, come se avessi lanciato ad una ad una quelle pietre ammucchiate sul selciato.

Ci volle qualche minuto. Interminabile. Io tacevo. Tu anche. Ma pure i peccatori fuggitivi se ne andavano in silenzio.
Per un attimo mi sentii sollevata. La parola giusta sarebbe: graziata. Un sudore freddo, però, mi colò lungo la schiena, quando realizzai, alzando finalmente lo sguardo, che eravamo rimasti solo in due.
Quindi – me lo dissi senza riferirlo ai miei occhi, così che il pensiero rimanesse solo mio – uno che poteva lapidarmi c’era ancora. Tu.
Mi pareva incredibile, ma la mia trepidazione non poteva ancora escludere questa eventualità. Quell’uomo che sapeva di buono e di pulito, così raro da trovare nel bestiario largamente diffuso in città, proprio quest’uomo, l’unico rimasto vicino a me, tu Gesù, avresti potuto essere «senza peccato» e, una pietra dopo l’altra, avresti potuto eseguire la tua sentenza.
Scrivevi per terra, invece.

Ti alzasti nuovamente e d’istinto lo feci anch’io. Adesso ci stavamo guardando a quella che si è soliti chiamare altezza d’uomo. Finalmente gli occhi erano negli occhi. C’era un profumo di dignità nell’aria.
«Donna, dove sono?». Mi chiamasti semplicemente così, donna. Non conoscevi il mio nome, eppure per la prima volta io mi sentivo chiamata per nome, come Eva uscita dal cuore di Adamo e da lui accolta nella bellezza dello stupore che emerge dal torpore.
«Dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Volevo dire: «Signore, mi hanno condannata tutti tranne te. Tutti avevano già in mano la pietra da gettare, ma poi non l’hanno fatto, perché tu li hai costretti a godersi lo spettacolo dei loro molteplici peccati. Hanno provato forse un poco del mio terrore quando sono stata trascinata qui. Tutti mi hanno condannata, ma ora sono tutti condannati…».
Dissi solo una parola. Volevo rispondere: «Tutti, Signore. Tutti mi hanno condannata». Dissi: «Nessuno, Signore».

Continuavi a fissarmi con lo sguardo più bello che mai fu posato su di me. Non avevo più paura. Adesso potevi pure condannarmi, tu, l’uomo senza peccato. Invece, scagliasti contro di me la pietra più dolce che ci sia, la più dolce e insieme la più impegnativa. Una pietra che non ti atterra, ma ti rimette in piedi. Ti mette le ali ai piedi e ti fa nuovamente camminare.
Mi dicesti: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».
Il profumo improvvisamente svanì, divenne più intimo di me stessa e penetrò a tal punto dentro di me da tramutarsi in forza.
Mi sentivo nuovamente donna, più bella di prima. Rinata dal tuo cuore, Gesù, quasi mi avessi plasmata con la tua costola e profumata col tuo alito di vita.
La flagranza del mio reato si era trasformata nella fragranza del tuo perdono.

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