Il dono della scienza

SESTA DOMENICA DI PASQUA – Anno C

Panorama estivo della Val Gardena dal SecedaQuest’oggi vorrei partire dalla bellissima pagina che ci è stata proposta come seconda lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse. Essa parla della città santa, la Gerusalemme celeste. Sin troppo facile dedurne che Giovanni sta cercando di descrivere il paradiso. È così, a patto di non concludere che, allora, si tratta di cose dell’altro mondo, che non hanno nulla a che fare con questo mondo. Certo, poco prima l’angelo aveva condotto Giovanni a vedere un’altra città, Babilonia, luogo di perversione e di abbruttimento. Ora, su un monte grande e alto, ecco la città santa. Scende dall’alto, e tutto ciò che scende dall’alto viene da Dio e risplende della sua gloria. Noi siamo abituati ai nostri deliri di onnipotenza e crediamo di poter edificare dal basso, orgogliosamente, le nostre città. La città che scende dall’alto è dono di una perfezione e di una bellezza che non sono il prodotto delle nostre mani. Da questo punto di vista, la città santa descritta da Giovanni non è solo il tentativo di immaginare il paradiso. Anzi, è, prima di tutto, lo stupore di scoprire che, già ora, questa bellezza e questa compiutezza sono possibili se ci mettiamo nell’atteggiamento umile di chi attende dall’alto un dono. «Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima»: una gemma, cioè un frammento da cui traspare il tutto; una realtà umana, in cui riluce il volto di Dio. Giovanni, in fondo, sta cercando di descrivere innanzitutto la Chiesa, quella ancora in cammino sulla terra ma già salvata e purificata da Dio. Egli, con l’immagine della città santa, vuole farci cogliere che il Cristo risorto ha già immesso questo splendore dentro la trama, talvolta opaca, delle nostre comunità cristiane: Lui è la gemma preziosa, e noi possiamo esserne il riverbero luminoso. Possiamo, se… Se mi amate, dice Gesù. Se lo amiamo, se osserviamo le sue parole, se siamo docili alla Spirito che continuamente ce le ricorda.

«Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me». Questa espressione è parecchio enigmatica se la leggiamo solo con occhi umani. Perché dovremmo rallegrarci, Gesù, se Tu non sei più con noi? Perché entro nell’Amore pieno – ci risponde – perché divento la gemma preziosissima che, scendendo dall’alto, costituisce la luce delle vostre famiglie, delle vostre comunità. Quando Gesù dice: «Il Padre è più grande di me», vuole ricordarci il grande mistero dell’amore, che è più grande di ciascuno di noi. Bisogna essere almeno in due per realizzarlo. E Dio sono… tre, perché, oltre al Padre e al Figlio c’è lo Spirito, vera e propria misura dell’amore che unisce il Figlio e il Padre. La città santa, infatti, porta i simboli della pienezza – dodici porte, dodici basamenti – e in essa tutto è compiuto e simmetrico: non vi si può aggiungere e togliere nulla. Disarmonie, provvisorietà e frammentarietà sono disciolte nella trasparenza. C’è il metro dello Spirito Santo a misurare la città santa e non i nostri metri.

È il grande dono che già ci viene fatto, il dono della scienza. Questa parola rischia di sviarci e di portarci sul terreno di quella che noi chiamiamo scienza, e che si riduce spesso ad essere arida misura della realtà. La scienza dello Spirito Santo, invece, è misura dell’amore di Dio per noi e misura della nostra risposta di amore. Il dono della scienza ha a che fare con il cuore. Ed il cuore ha un suo sguardo, che sa scorgere cose e bisogni che gli occhi non vedono; ha una sua voce, che dice parole che le labbra non sanno pronunciare; ha un suo udito, che sa ascoltare voci che gli orecchi non riescono a udire; ha i suoi passi, perché percorre strade che i piedi non sanno percorrere. Il dono della scienza è il dono che fa appoggiare il nostro cuore al cuore stesso di Dio, così che quasi se ne oda un solo battito. Comprendiamo, allora, perché la città santa «non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna» perché «la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello». Quando, già qui in terra, in un luogo – in una città, in un gruppo di amici, dentro una famiglia – vi sono due o più persone che si amano, non c’è bisogno di tante cose, perché la luce traspare con una sua forza propria, e non è la luce umana, né quella del sole e nemmeno quella della luna. È la luce di Cristo, la luce dell’Amore.

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