Il dono del consiglio

QUINTA DOMENICA DI PASQUA – Anno C

Cavalli al lago di Cama«Vi dono un progetto nuovo: siccome io vi ho amato e come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri». Questa potrebbe essere una traduzione più fedele delle parole di Gesù che abbiamo appena ascoltato. Parole dette prima di mostrare il «come» dell’amore di Gesù che sarebbe giunto «sino alla fine», sino alla morte di croce. Riascoltare queste parole alla luce dell’esito pasquale – la risurrezione di Cristo – ci dà ancora di più la consapevolezza che quello di Gesù non è un comandamento, nel senso di una legge, ma un progetto, un incarico, una missione. La missione del discepolo di Gesù è amare gli altri ad immagine dell’amore con cui Gesù stesso ama. Quando riceviamo un compito da svolgere, esso ha sempre dei contorni ben precisi, ha un inizio e una fine. Il compito che ci ha affidato Gesù è per sempre, domanda tenacia e, soprattutto, grande umiltà. Forse per questo è veramente nuovo. Più che a cambiare il mondo, ciascuno di noi è impegnato a cambiare prima di tutto se stesso.

Del resto, Gesù ha fatto così. Come ha scritto papa Benedetto nel suo libro su Gesù23, Egli non ha portato la pace nel mondo, il benessere per tutti, un mondo migliore. «Ha portato Dio: ora noi conosciamo il suo volto, ora noi possiamo invocarlo. Ora conosciamo la strada che, come uomini, dobbiamo prendere in questo mondo. Gesù ha portato Dio e con Lui la verità sul nostro destino e la nostra provenienza; la fede, la speranza e l’amore… Sì, il potere di Dio nel mondo è silenzioso, ma è il potere vero, duraturo. La causa di Dio sembra trovarsi continuamente come in agonia. Ma si dimostra sempre come ciò che veramente permane e salva».

Non ci ha comandato di amare, ma ci ha amato e ci ha affidato il compito di continuare questa sua immensa opera apparentemente perdente che è l’amore. «Siccome vi ho amato e come vi ho amato, così amatevi». Com’è l’amore di Gesù? Come ci raggiunge oggi? Forse assomiglia all’amore di Paolo e Barnaba che, instancabili nel loro viaggiare, raggiungono le nuove comunità cristiane «confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». Amare, talvolta, ancora oggi, equivale semplicemente a rincuorare, a rianimare, a ridire i motivi di una missione difficile, a portare un affetto in mezzo a tanto sconforto, a mettere un sorriso in mezzo al pianto, a porre la propria vita – fragile al pari delle altre – come sostegno di altre vite, consapevoli che è il Signore Gesù l’unico che in realtà sostiene le nostre comuni fragilità. Se guardo Gesù sulla croce, egli mi mostra quello che il mondo considera un fallimento dell’amore e che, invece, ne è l’esito più convincente. Amare così non è certo facile. I chiodi, oggi, si sono fatti raffinati. Ma i chiodi non fermarono l’amore di Gesù. E, come il suo, non inchiodano il nostro amore al legno della delusione. Come ci ha amati, così ci dobbiamo amare. Amare come Lui significa amare prima che l’altro mi ami, continuare ad amare anche quando l’altro non contraccambia il mio amore, non demordere nemmeno quando l’altro contraccambia il mio amore con l’odio o il rancore, con il disprezzo della calunnia o il martirio del silenzio.

«Ecco, io faccio nuove tutte le cose», dice il Cristo risorto nella visione dell’Apocalisse. Una visione del paradiso? Sì, perché nella sua pienezza questa novità si vedrà solo alla fine. Adesso, il nostro compito è solo amare, senza vederne sempre immediatamente i frutti.

In questo cammino ci aiuta lo Spirito, il quale non ci fa mancare persone che ci ripetono le parole di Gesù e sanno adattarle, con pazienza e serenità, alla nostra vita. È il dono del consiglio, che ci rende capaci, attraverso l’umile ascolto, di scelte meditate e responsabili, sempre riferite al grande progetto dell’amore. Solo così esso diventa già visibile. Come una esperienza che, quaggiù, ha sempre la forma della croce.

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