L’aceto, i chiodi, il cuore

VENERDÌ SANTO – Passione del Signore

Omelia sotto forma di preghiera pubblicata in: AGOSTINO CLERICI, Incontrare il Risorto. Riflessioni per il Triduo pasquale, Paoline, Milano 2010, 48-51

Crocifissione

Signore Gesù, volgiamo il nostro sguardo verso di Te che sei stato trafitto e contempliamo la tua croce.

Non è un giorno facile il Venerdì Santo,

perché sembra confermare quello che il mondo sospetta di un amore «sino alla fine»

e cioè: che è un amore destinato a… finire.

Ci sembra di sentirle nelle orecchie le tronfie certezze dei “soloni” che affollano i salotti che contano:

«Ve l’avevamo detto, questo Gesù è un perdente…».

Sì, sei un perdente… pendente da una croce, mio Signore!

Di una cosa possiamo essere certi: hai fatto secondo le tue parole,

non come i farisei che dicono e non fanno.

Ti sei messo nel segno del pane spezzato e del vino versato

e ora quel segno diviene realtà nel tuo corpo e nel tuo sangue.

La tua morte è un reality di inaspettata violenza che mette in ginocchio tutte le nostre fiction.

E noi dove siamo finiti in questa immensa scena, ove, al centro, campeggia la tua croce?

Non ci passa nemmeno per la testa di fare la parte di Pilato, né quella di Anna o Caifa o della soldataglia romana.

Forse ci siamo nascosti in Pietro: aveva espresso il desiderio di amarti sino alla fine

e si ritrova incapace di riconoscerti davanti ad una portinaia!

Ci piacerebbe essere nel cuore di Giovanni, il discepolo da Te tanto amato, per stare sotto la croce

e ricevere in dono Maria, la tua dolce madre.

Oppure vestire almeno i panni di Giuseppe di Arimatea

per mostrare un po’ di pietà verso un defunto a cui non si è potuta evitare una morte iniqua.

E invece proprio non ci siamo. Siamo anonimi tra la folla.

Eppure sentiamo che muori per noi. Che hai sete di noi!

Sì, Tu che ieri sera ci hai dato da mangiare Te stesso, ora non riesci a spirare prima di aver bevuto il nostro aceto.

«Ho sete», hai detto a noi, che abbiamo fame.

Hai sete come quel giorno al pozzo di Giacobbe quando chiedesti da bere alla donna samaritana…

e allora ti dimenticasti addirittura di bere!

Adesso che l’ora è giunta, inchiodato sulla croce, avresti forse voluto bere il vino buono delle nozze di Cana…

Invece ti hanno dato aceto, una bevanda incerta, un miscuglio del nostro bene e del nostro male

e Tu, inguaribile assetato della nostra umanità, hai gradito

e, con il nostro aceto in bocca, ci hai donato il tuo spirito.

Tutte le volte che arriva il Venerdì Santo resta in noi l’atroce dubbio di averti perso per sempre,

di avere contribuito, se non altro per ignavia, a crocifiggere l’unico amore «sino alla fine»…

Spiri perché sfinito, ma non sei affatto finito nel tuo amore.

Dalla croce, insieme a quell’ultimo alito di vita, ci sembra di udire – sì non possiamo sbagliarci, è così! –

la parola dell’amata del Cantico dei Cantici che ci assicura: «Io dormo, ma il mio cuore veglia!».

Tu dormi veramente il sonno della morte, e noi avvertiamo

la sensazione di essere derubati della nostra unica speranza,

ma il tuo cuore veglia, perché il tuo amore è «sino alla fine»

e non può finire inchiodato ad una croce

ed ogni loculo in cui lo depongono è comunque provvisorio.

«Io dormo, ma il cuore veglia», ci dici, spirando per noi.

E noi ti diciamo: «Aprimi!». Aprici il tuo cuore trafitto, Gesù, perché possiamo bere il tuo amore «sino alla fine».

Hai avuto bisogno del nostro aceto, ma dicendo «Ho sete» hai mostrato che Tu sei nell’abbondanza dell’amore.

Colmaci Tu, Signore, dall’alto della croce. Amen.

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