Si è fatto carne… in cielo!

ASCENSIONE DEL SIGNORE – Anno B

DSC_0264Ad ascoltare l’elenco dei segni che secondo Gesù accompa­gneranno quelli che credono, vien da concludere che noi non crediamo. Forse si fa riferimento a segni presenti nella prima comunità cristiana, a episodi accaduti e fatti conosciuti alla fine del primo secolo dell’era cristiana. Ma è certo che la Chiesa nella sua storia bimillenaria ha scacciato il demonio, ha impa­rato le lingue nuove degli uomini, ha preso in mano serpenti velenosi ed è sopravvissuta al tanto veleno che sempre si ten­ta di inocularle, ha guarito numerose malattie del corpo e dello spirito. Lo ha fatto con la forza di Uno che non è più presente in mezzo agli uomini, perché abita il Cielo.
Il mistero della solennità di oggi descrive appunto questa stra­na Presenza di uno che non è più in mezzo a noi come lo sono gli uomini e le donne che incontriamo. L’Ascensione è il perfe­zionarsi di una presenza umana che noi festeggiamo a Natale. Lo dice molto bene san Paolo nel brano della lettera agli Efe­sini che abbiamo appena ascoltato: «Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose». Il senso dell’ascensione non è certo lo sparire, ma è il garantire una pienezza di presenza. Po­tremmo recuperare quelle splendide parole di sant’Agostino contenute nel quarto libro delle Confessioni: «Discese quaggiù la nostra Vita e uccise la nostra morte… Se n’è andato, eppu­re, eccolo, è qui. Non volle rimanere a lungo con noi, ma non ci ha lasciati!». Non è un’esperienza facile quella che ci chie­de la festa odierna. Non possiamo nasconderci che, giacché era ormai risorto per sempre, noi avremmo desiderato un Cri­sto che potesse essere incontrato sulla retta della storia allo stesso modo in cui incontriamo quelle persone della cui pre­senza fisica noi vogliamo godere spesso. Il tempo e lo spazio sono dimensioni per noi ineliminabili e che fanno parte della nostra esperienza umana, nella rete dei bisogni e dell’amicizia. La solennità dell’Ascensione, quindi, ci domanda una grande conversione. Dobbiamo credere che Gesù è presente qui e ora, sempre e ovunque, proprio perché quel giorno è asceso al cielo, sottraendosi alla vista e al contatto fisico. Uscendo dal tempo e dallo spazio, paradossalmente Gesù Cristo si è defini­tivamente incarnato: si è fatto carne… in cielo, come a Natale si fece carne in terra, e uno che ha preso carne in cielo può abitare la terra per sempre, non è più limitato dal tempo e non è più inghiottito dallo spazio.

Tutto questo non è facile. Gli apostoli dovettero scendere con il volto triste dal monte dell’Ascensione, ed era umanamente spiegabile perché non avrebbero più visto il volto di Gesù. Do­vettero scendere preoccupati, perché il Maestro aveva loro affidato una missione di immani proporzioni che non poteva certo lasciarli tranquilli. Se l’Ascensione fosse un mistero che riguarda solo Gesù e la nuova dimensione in cui è racchiusa la sua presenza, richiederebbe a noi l’unico sforzo di accettare questo canale di comunicazione spirituale. Ma l’Ascensione è un mistero che ha un riverbero sulla nostra stessa vita, è come una cerniera che ci tiene uniti alla vicenda di Cristo. La con­versione che l’Ascensione chiede è un’ascensione anche per noi, è una vita quaggiù con lo sguardo a lassù. L’ascensione di Gesù fonda direttamente la missione della Chiesa: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura». Es­sere missionari significa portare con la propria carne lo spirito di Cristo, significa rendere visibile con la propria vita la presen­za nella storia di un destino più grande, che non può essere misurato con il tempo e con lo spazio. È esattamente ciò di cui ogni uomo ha bisogno, noi compresi, eppure continuiamo tutti a rimanere prigionieri di una dimensione orizzontale che cerca le risposte a destra e a sinistra e non sa utilizzare il registro verticale, quello che ci fa guardare dentro e in alto.

L’Ascensione di Gesù risorto è una festa assai impegnativa, ma è pure l’occasione per scoprire quanto è umanamente libe­rante la prospettiva che Gesù ci ha aperto, salendo in cielo.

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