Ventiduesima Domenica del Tempo Ordinario. Rinnegare se stessi…

«Rinneghi se stesso». Queste parole di Gesù, rivolte a tutti coloro che vogliono seguirlo, sono tra quelle più difficili da comprendere e accettare nel Vangelo. Sono da comprendere, innanzitutto. Il «se stesso» da rinnegare non è la personalità che ciascuno ha, nemmeno la sua intelligenza o la sua sensibilità. Ciò che si deve rinnegare è il destinare tutta questa ricchezza a se stessi, il chiuderla dentro l’orizzonte del proprio bisogno, l’indirizzarla al proprio istinto o anche alla propria esclusiva volontà. Se ci pensiamo bene, la nostra crescita umana ha al suo inizio proprio la lezione del rinnegamento: il bambino che si affaccia alla vita è tentato di toccare e mettere in bocca tutto quello che trova e bisogna insegnargli a non farlo. La sua volontà va corretta e indirizzata e, nell’educazione, la cosa più importante da insegnargli è fidarsi della sua mamma e del suo papà. Uno dei primi gesti che il bambino impara, non senza fatica, è proprio quello di fermarsi davanti ad una cosa nuova e di guardare il volto del papà e della mamma, aspettando da loro un cenno di conferma oppure una parola che li metta in guardia. Il bambino per crescere deve rinnegare se stesso, quell’io volitivo e senza regole che vorrebbe esprimersi in totale libertà. Diventare grandi significa – sempre secondo il Vangelo – diventare come bambini e imparare nuovamente la logica del rinnegamento della propria volontà. Da grandi è più difficile, certo. La libertà dell’adulto è più consapevole di quella di un bimbo, ma è anche più impregnata di «se stesso», ed è tentata ad avvertire come un oltraggio ogni limitazione che le venga imposta dal di fuori. Rinnegarsi ha il sapore della morte, della ferita inferta a se stessi. Ed è possibile rinnegare se stessi solo ripetendo, da cresciuti rimasti però come bambini, lo stesso meccanismo imparato da piccoli: la fiducia in qualcun altro. Rinnegarsi è azione possibile nella sua autenticità solo unitamente all’abbandonarsi. Rinneghi te stesso se ti abbandoni ad un altro. Ti abbandoni ad un altro se rinneghi te stesso.

Il matrimonio è esattamente e precisamente questa cosa qui: non funziona se è solo rinnegamento, perché potrebbe generare frustrazione; ma nemmeno funziona come sforzo volontaristico di abbandono non accompagnato da un effettivo rinnegare se stessi a favore dell’altro. Sposarsi, quindi, è un modo bellissimo di andare dietro a Gesù prendendo la propria croce. E qui compare quell’altra parola che tanto timore ci suscita, «croce», e che è anch’essa da comprendere bene. Gesù lega strettamente il rinnegare se stessi al portare la propria croce. Sembra di capire che, solo accettando di rinnegare se stessi, si possa prendere la croce. La croce – si badi bene – non è inizialmente il dolore o la sofferenza fisica. La prima croce è diventare discepoli di Gesù. La prima croce è accettare la sfida del rinnegamento di se stessi. È il mettere la propria personalità – l’intelligenza, la sensibilità, le qualità – al servizio del progetto di Dio e non a servizio del «se stessi». La percezione della pesantezza della croce – quella che altrove Gesù chiama «giogo» – dipende dalla leggerezza che abbiamo donato al nostro io proprio attraverso l’operazione del rinnegamento di se stessi: se ti sei liberato del peso della tua volontà onnipotente e sempre bisognosa, allora il giogo della croce ti parrà leggero, allora l’essere discepolo di Gesù sarà come lo sguardo fiducioso del bimbo che cerca il volto del papà e della mamma e domanda a loro di indicargli che cosa è meglio fare. Se abbiamo compreso questo, allora la richiesta di Gesù ci apparirà meno insensata e disumana di quanto non dica la crudezza di questa sua parola: «Rinneghi se stesso». A chi si è abbandonato al Signore, rinnegare non appare solo come un dire di no – perché, certo, la strada del discepolo è segnata dalla fedeltà ad alcune rinunce – ma anche come un dire di sì. La vita di chi rinnega se stesso sta dentro un progetto più grande che ha le dimensioni della vita stessa di Gesù, e tutto allora assume un significato più grande: ciò che ci sembrava di aver perso viene in verità trovato e la libertà è limitata solo dall’amore. Non è certo, il rinnegare se stessi, una cosa che si fa una volta per tutte. Occorre farlo ogni giorno, ed è questa, forse, la vera croce del cristiano!

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One thought on “Ventiduesima Domenica del Tempo Ordinario. Rinnegare se stessi…

  1. Sono ritornata tante volte sui passaggi che Lei ha descritto e mi sembra di capire che un conto è il pensare nostro e l’altro è il pensare secondo Dio. Quando ci arriva addosso una sofferenza, si è portati a dire che questa cosa viene da Dio e che da Dio ci viene il bene e anche il male, quindi bisogna fare buon viso a cattiva sorte….. Le sembra? Lei non sa quante volte ho sentito dire che bisogna affrontare le sofferenze in modo diverso, invece di affogare nel dolore, nel dispiacere, nella solitudine, nel sospetto. Anche qui tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare……….Nelle omelie feriali e domenicali sento parole come rispetto, amicizia, tolleranza, invece quando torno a casa mi devo difendere da quelle persone che non reagiscono, che sono rassegnate ad una realtà stagnante e scorgono le proprie croci come momenti di vita negativa invece potrebbero chiedere di essere illuminati a portare qualsiasi fardello in compagnia di Dio.

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