Meditazioni natalizie sull’albero…

Nonostante i simboli sembrino destinati a finire in solaio – anche se sarei cauto a dichiararne troppo frettolosamente la morte – il Natale è ancora capace di far riaprire il baule delle “cianfrusaglie” e tirar fuori le statuine del presepe – magari quelle vecchie del nonno – e anche l’albero di Natale. Non è sopita la contrapposizione che si trascina da anni tra il presepe e l’albero, quasi che l’uno sia un simbolo cristiano e l’altro un segno pagano. Tutto sbagliato. L’albero di Natale non è affatto alternativo al presepe, ma proviene da una feconda tradizione cristiana (soprattutto della Germania e dell’Europa centrale) che si collega alle sacre rappresentazioni della notte di Natale. Oggi – quando va bene – tutto sembra restringersi all’avvenimento della natività di Gesù, mentre anticamente la festa dell’Incarnazione era giustamente l’occasione per rappresentare tutta la storia della salvezza, ad iniziare dalla creazione. In alcuni calendari, alla data del 24 dicembre si trovavano i nomi di Adamo ed Eva, e l’albero, dunque, era l’albero della tentazione, l’albero del peccato. Il frutto proibito – a motivo dell’assonanza della parola latina malum – era la mela, ma in Renania era difficile trovare il melo, mentre era abbastanza facile trovare l’abete, un sempreverde che con la sua forma triangolare richiamava l’eternità di Dio e la perfezione trinitaria.

Sull’abete, appunto, si appendevano le mele, a ricordo di quel nutrimento del peccato originale che provocò l’uscita dallo stato di grazia dell’uomo e della donna creati da Dio. Ma c’è un altro albero che si poteva accostare all’albero del paradiso terrestre, ed è l’albero della croce di Cristo, da cui proviene perennemente all’uomo e alla donna il nutrimento del perdono e della grazia, l’Eucaristia, il pane che dà la vita. Ed ecco perché sull’abete di Natale, accanto alle mele, si ponevano le ostie.

Le mele sono poi state sostituite dalle sfere di vetro soffiato che cominciarono ad essere fabbricate nel secolo XIX dai soffiatori di Meissen, sino ad arrivare alle nostre palline colorate sull’albero di Natale. E le ostie ebbero un ampliamento goloso nei dolci che cominciarono ad essere appesi ai rami dell’abete.

Scrivo tutto questo come spunto di meditazione sulla ricchezza che i simboli  cristiani hanno depositato nella storia dell’umanità, soprattutto nella nostra vecchia Europa che arranca sempre più nella ricerca di un vero collante che non sia solo economico e finanziario. Non sarebbe male trarre da queste tradizioni qualche spunto per le nostre comunità: in fondo, partire da ciò che quasi tutti fanno nelle loro case – l’albero di Natale – e recuperarne il senso è operazione di profonda intelligenza pastorale.

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