Tredicesima Domenica del Tempo Ordinario. Regole d’ingaggio…

Con una parola dei nostri giorni, potremmo dire che il vangelo odierno elenca le «regole d’ingaggio» della missione di pace di Gesù. Domenica scorsa la pagina che ci era stata proposta offriva le coordinate generali: rinnegare se stessi e prendere la propria croce ogni giorno. Oggi il discorso s’arricchisce con la concretezza della vita: vi sono i discepoli inviati in avanscoperta in un villaggio, e poi tre incontri lungo la strada – ed è la strada che porta a Gerusalemme, ove Gesù ha deciso fermamente di incamminarsi, per concludere la sua missione. Ciascuno di noi si ritrova sulla bocca i desideri, le obiezioni, gli entusiasmi dei personaggi che entrano in contatto con Gesù. Inutile dirlo: le esigenze poste da Gesù sono robuste, radicali. Eppure, lo scopo non è quello di farci scoraggiare, ma di ritrovare ogni volta il coraggio di restare sulla strada.

Giacomo e Giovanni vorrebbero brandire il Vangelo come una spada e Gesù li rimprovera. Quante volte ci sentiamo dalla parte giusta e invochiamo una punizione esemplare dal cielo. Secondo una logica umana, magari è vero che abbiamo ragione, ma dall’alto non arrivano fuochi che consumano e, quando arrivano, colpiscono indiscriminatamente, tanto da farci gridare contro un Dio scandaloso. No, Dio non è un pulsante per scaricare le nostre frustrazioni di cristiani, sempre più incompresi dal mondo. Chi rifiuta il Vangelo si è già punito da se stesso, non servono fuochi dal cielo. Semmai, Gesù consiglia di non insistere quando si incontra il rifiuto: né desideri di vendetta divina, né facili accomodamenti del Vangelo. Bisogna passare oltre verso un altro villaggio, tenendo inalterato il sapore forte del Vangelo.

C’è ancora chi cerca sicurezza umana e mondana all’ombra di Gesù? Non avere dove posare il capo può essere indicativo di una libertà totale, di un’assenza di punti di riferimento in vista di una creatività a 360 gradi, ma è pure indice di un’instabilità e di una esposizione massima alle intemperie, meteorologiche certo ma soprattutto psicologiche: non poter contare su una tana o su un nido significa doversi fidare unicamente di Colui che dirige gli avvenimenti. Gesù insiste sul «dovunque tu vada», rispondendo al tale che gli aveva assicurato un entusiasta «ti seguirò». Già: e se il «dovunque» fosse qualcosa a forma di… croce, invece che una vita tutta rose e fiori? Paradossalmente, Gesù è uno che accende il cuore dell’uomo, ama la passione e non la rassegnazione, ma vuole essere seguito senza rombi di motore: si direbbe che egli predilige il ritmo di assordante silenzio dei passi quotidiani. Esperienze forti, belle, calde, emotivamente coinvolgenti ci sono e, in giusta misura, sono pure importanti nella vita di un discepolo di Gesù, ma il tasso di cristianesimo che circola nel suo sangue si misura a bocce ferme, nell’eroismo del quotidiano, quando nebbie e nuvole sembrano oscurare l’orizzonte.

E se qualcuno volesse stendere un regolare contratto di lavoro con Gesù, chiedendogli legittime condizioni di sequela? Titubanti sull’esito della missione cristiana, ci comportiamo spesso così di fronte alla chiamata di Gesù a seguirlo: poniamo le nostre condizioni, non capricci sia chiaro, ma quelle che ci sembrano giuste esigenze umane (vuoi che non lo sia il dare degna sepoltura al proprio padre?). Non è in gioco la generosità, ma chiediamo un po’ di comprensione per i nostri affetti e qualche attenzione ai tempi del distacco. Come a dire: «Ti seguirò dovunque tu vada, ma non subito… aspetta un attimo, lasciami organizzare la partenza!». Niente da fare: la libertà del discepolo non può essere affidata ad un calcolo, ma è uno slancio. Seguire Gesù significa cambiare radicalmente l’ordine degli affetti: Gesù non è il primo della lista, con il rischio di diventare qualche volta secondo e qualche volta… ultimo. Egli, in un certo senso, è l’unico. L’unico che, una volta scelto liberamente e totalmente, dà il giusto valore a tutti gli affetti umani. Taglia corto Gesu: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio». Per arare dritto, bisogna guardare avanti. Di fronte a queste ultime parole c’è solo da invocare una grande misericordia, perché chi ha tenuto il conto delle volte in cui ci si è voltato indietro?

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