Ascensione del Signore. In alto i nostri cuori…

La solennità dell’Ascensione è molto importante perché segna il passaggio dal tempo della presenza storica di Gesù a quello della testimonianza storica dei suoi discepoli. Il breve dialogo tra Gesù e gli apostoli che ci viene raccontato dal libro degli Atti esprime proprio questo passaggio di consegna. La domanda degli apostoli a Gesù è ancora tutta centrata su di lui: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ovvero: adesso che hai sconfitto la morte, puoi finalmente realizzare il progetto del nostro regno in modo pieno e definitivo. La risposta di Gesù sposta l’obiettivo sugli apostoli: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni… fino ai confini della terra». Cioè: tocca a voi realizzare il progetto del mio regno, a voi con la forza che vi giungerà dall’alto, grazie al dono dello Spirito.

L’Ascensione ci ricorda un sottrarsi agli occhi che prelude ad una presenza ancora più universale: Gesù sale in cielo, cioè entra nella dimensione della profondità della storia che può raggiungere ogni uomo in ogni luogo e in ogni tempo. Il cielo non è in alto, ma è dentro. L’Ascensione, dunque, rappresenta la nuova incarnazione di Dio, un Dio che era disceso nella carne umana e che ora questa carne umana la porta con sé, segnata dalla morte e trasfigurata dalla risurrezione. Colui che era disceso è lo stesso che ora ascende, è il Figlio di Dio. Eppure, come non si era allontanato dal cielo scendendo, così non si allontana dalla terra ascendendo. L’incarnazione, cioè, è un evento storico che non finisce, ma che continua. In un certo senso, l’Ascensione richiama un’altra grande festa, il Natale, e lo rende per così dire stabile: davvero il Verbo si fece carne in un momento preciso della storia, ma ora continua ad abitare in mezzo a noi, non più, però, nel suo corpo umano che poteva essere incontrato da pochi, ma nel suo immenso corpo ecclesiale. La Chiesa rende perennemente attuale il Cristo risorto, percorrendo la terra con il cielo dentro il cuore.

Al centro della nostra Messa c’è sempre uno scambio di parole tra il sacerdote e l’assemblea, proprio nel momento in cui inizia la preghiera eucaristica. «In alto i nostri cuori», dice il prete. «Sono rivolti al Signore», rispondono i fedeli. Ebbene, il cuore è il centro della vita, il luogo delle decisioni più importanti, della custodia delle persone più care a cui ci lega l’amore. Dire che il cuore deve essere «in alto» fa pensare al cielo, ma non è il cielo in cui volano gli aeroplani. Il nostro cielo è il Signore, per cui veramente i nostri cuori sono in alto quando sono rivolti al Signore, come diciamo appunto ogni volta prima di iniziare la preghiera eucaristica. Questa identificazione del nostro «cielo» è importante, perché ci aiuta a sfuggire da inutili fughe nel vuoto aereo di tante astrazioni o false contemplazioni, e ci rimette con i piedi per terra. Avere il cuore in alto significa averlo rivolto alle persone che vivono accanto a noi, in cui concretamente abita il Signore. Se uno dovesse credere di avere il suo cuore rivolto al Signore perché, disinteressandosi di tutto e di tutti, è completamente assorto nella sua personale salita verso Dio, ebbene, sarebbe come gli apostoli che stavano a guardare il cielo con il naso all’insù. Dio non si trova in quell’«alto», ma abita un cielo che paradossalmente sta in basso, qui sulla terra. Da quando è disceso dal cielo, il Signore non ha mai abbandonato questa nostra umile dimensione da lui assunta e, dopo che è asceso al cielo, resta ancora qui in un modo nuovo. Il cielo dell’Ascensione significa chiunque e ovunque, ed i nostri cuori sono rivolti al Signore se sono interessati a chiunque incroci la nostra esistenza, a partire dal prossimo più prossimo. Ecco perché è bello, oggi, ricordare le mamme (nel giorno della loro festa) come un esempio vivente del «cuore in alto»: di una famiglia la mamma è come il cuore pulsante che si prodiga per rendere più serena la vita di tutti. Forse nell’immagine di donna che oggi va per la maggiore non c’è il ruolo di mamma (e di sposa), ma a noi piace pensarla così. E l’augurio che faccio alle mamme è quello di essere tenaci nel portare in alto, al Signore, a Dio, i membri della famiglia non solo con la fatica del servizio quotidiano, ma anche con la profezia della preghiera, proposta e vissuta ogni giorno.

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