Quinta Domenica di Pasqua. L’amore che svela la «città santa»…

Paolo e Barnaba nel loro viaggio missionario sembra non incrocino quella «città santa» che scende dal cielo, di cui ci parla il libro dell’Apocalisse. Le città del loro cammino sono altre: Listra, Iconio, Antiochia, Perge, Attàlia. Nomi che a noi cristiani del ventunesimo secolo dicono poco o nulla. È come se la scena si sia spostata altrove. Ma non sentiamoci troppo importanti, perché anche le nostre località potrebbero sparire dalla cartina dei luoghi cristianizzati, tanto è vero che, poco più di un mese fa, per scegliere il vescovo di Roma sono andati «quasi alla fine del mondo», a Buenos Aires. La missione continua e aumentano i posti in cui è rimasta solo la polvere scossa dai sandali dei missionari cristiani – come Gesù ha detto di fare laddove non si è accolti – ma il Vangelo continua a restare vivo nelle persone. Già Paolo e Barnaba in quel primo viaggio missionario furono attenti non tanto alle città ma alle persone, poche o tante che fossero. Nell’andata avevano seminato, al ritorno passano a confermare. Avevano creato delle piccole comunità, un fermento evangelico non certo appariscente, ed ora tornano a rianimare quei discepoli che avevano cominciato ad assaporare la fatica e forse anche qualche piccola persecuzione o irrisione. Li rendono saldi nella fede, ricordando che «dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». Poi, pongono un’autorità visibile in ogni singola comunità, pregano e digiunano oltre ad annunciare la Parola. Insomma, compiono i gesti della fede, gli stessi che sono richiesti anche a noi. È bello vedere che, dopo essere ritornati alla base, riuniscono la Chiesa e raccontano non tanto le tribolazioni ma il successo insperato della predicazione: «riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede». Si trova proprio in questa pagina degli Atti degli Apostoli l’espressione che Benedetto XVI ha scelto per il titolo della lettera di indizione dell’Anno della fede che stiamo vivendo, «La porta della fede». O meglio, forse qualcuno di noi lo sta vivendo. Qualcun altro, come al solito, si è distratto ed è intento ad altre cose più importanti. Di energie ne abbiamo impiegate poche per mettere a frutto questo tempo che ci è stato donato. La nostra fede purtroppo galleggia a vele ammainate, senza forza di remi, accesa solo dalla brezza provvisoria di qualche entusiasmo per il nuovo Papa. Statene certi: presto il venticello calerà e vi sarà nuovamente bonaccia nella vita di tanti cristiani. Invece, la «città santa» di cui ci parla l’Apocalisse non è qualcosa che arriverà improvvisamente alla fine, ma è una comunità che si costruisce già qui con la fede e l’entusiasmo. Alla fine si aggiungerà solo qualcosa che qui non è ancora alla nostra portata: Dio «asciugherà ogni lacrima… e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno». Tra le case di Listra e Iconio, al tempo di Paolo e Barnaba, così come oggi, tra le nostre case di Ponzate, viene aperta sempre la stessa porta della fede: sta a noi entrare e uscire, restando saldi e diventando testimoni.

Facciamo allora tesoro delle parole di Gesù che abbiamo ascoltato nella pagina evangelica. Sono il suo testamento, in quanto sono state pronunciate nel cenacolo, prima di affrontare la passione e la morte: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri». La parola più importante non è tanto «amatevi» – che rischia di essere un messaggio generico in un mondo che chiacchiera tanto di amore – quanto «come». L’amore che farà sapere a tutti che siamo discepoli di Gesù è solo l’amore come Lui ci ha amati, non un amore qualunque. Come ci ha amati? «Sino alla fine». Noi cristiani, per far scendere dal cielo, da Dio, la «città santa» non abbiamo altra via che seguire, nell’amare, l’esempio che ci ha dato il nostro Signore e Maestro. Gli uomini e le donne del mondo, per vedere scendere dal cielo questa «città santa», non hanno altra possibilità che incrociare l’amore dei cristiani che cerca di ricopiare l’amore di Gesù. È un amore che si dona, un amore che cammina, un amore che conferma e rinsalda in mezzo alle tribolazioni. È lo stesso amore che abitava i cuori di Paolo e Barnaba in quelle città sperdute dell’Asia Minore.

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