Terza Domenica del tempo ordinario. Dentro un corpo solo…

La prima lettura ed il Vangelo ci parlano oggi di comunità riunite attorno alla Parola di Dio, proclamata e spiegata con sapienza. Il libro di Neemia ci dice che addirittura la lettura durò «dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno» e che «tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge». Luca, presentandoci Gesù nella sinagoga di Nazaret, ricorda che «gli occhi di tutti erano fissi su di lui». Momenti, dunque, di profonda attenzione e di commozione grande, che forse abbiamo smarrito. La nostra partecipazione alla liturgia della Parola è molto distratta e svogliata: sembra che l’unica preoccupazione è che sia breve – le letture e, soprattutto, l’omelia – e avvertiamo quelle parole come racconti già noti – e, quindi, stacchiamo subito la spina dell’attenzione, quando cominciamo a riconoscere qualcosa di già ascoltato – e non, invece, come la Parola di Dio che ogni volta giunge a squarciare il velo di monotonia che abbiamo steso sulla nostra vita. Ci sfugge la bellezza dell’ascoltare, e questo forse è un male comune ad altre esperienze che facciamo, dovuto alla propensione che il nostro mondo dà al parlare e anche solo al chiacchierare, senza insegnare la fatica dell’ascoltare. E, poi, abbiamo perso anche il senso del tempo e la misura del suo valore, per cui viviamo in fretta e con ansia ciò che invece dovremmo affrontare con calma e attenzione distesa, e sciupiamo molto tempo e tante energie per cose certamente più frivole e che lasciano ben poco in eredità alla nostra vita: la Messa, se dura tre quarti d’ora, «è stata lunga!», mentre poi l’orologio gira vorticosamente fino a notte inoltrata, quando si tratta di stare incollati alla televisione o al monitor del computer…

La risposta che spavaldamente oggi si dà a queste obiezioni, nell’ottica di uno spietato individualismo, è che «il tempo è mio e me lo gestisco io, come meglio credo». Risposta talmente falsa, che diventa fonte di conflittualità già dentro i piccoli confini anche solo di una famiglia: la somma dei tempi privati gestiti in autonomia non regala nessuna gioia di vera comunione, e, invece di avvicinare le persone e colmarle di serenità, le lascia nel loro brodo, ed è un brodo poco sostanzioso e non di rado indigesto. Ecco perché credo che san Paolo abbia ragione a proporci la sua immagine di Chiesa, come un solo corpo che ha molte membra. Esattamente ciò che manca – per un difetto che oserei chiamare originale – alla macchina individualistica che crede di accontentare tutti, lasciando a ciascuno la gestione della propria porzione di potere. Ma che cosa accadrebbe a quell’unico corpo se il piede destro decidesse liberamente e autonomamente di andare a sinistra, ed il piede sinistro, con ferma e legittima volontà di autodeterminazione, decidesse di andare a destra? Succederebbe che il corpo inciampa su se stesso, e infatti è proprio quello che accade alle nostre società, quando si affidano ad una esaltazione delle libertà individuali. Ma rischia di accadere anche alla Chiesa se dimentica l’immagine paolina dell’unico corpo e delle molte membra. Prevale l’idea che la Chiesa sia una struttura verticistica, un’organizzazione, un’azienda piena di cose da fare, mentre il corpo di cui ci parla san Paolo è prima di tutto Cristo stesso, di cui noi siamo le membra. Difficilmente, venendo qui in chiesa, ci viene in mente di essere non tanto parte di un’unica organizzazione, ma di essere membra di Gesù Cristo, e questa dimenticanza pregiudica il nostro stesso modo di partecipare alla Messa e di accostarci all’Eucaristia. Non solo. L’immagine paolina domanda un modo diverso di stare insieme e di collaborare: l’occhio e l’orecchio – il vedere e l’ascoltare – sono dimensioni che devono convivere; le mani ed i piedi – l’operatività e la concretezza – non sono meno importanti della testa – l’intelligenza e la progettazione – ma ne sono una indispensabile incarnazione dentro la vita. L’unità del corpo non è, però, uniformità, non è un “frullato” di membra diverse, ma è rispetto e valorizzazione delle differenze dentro un orizzonte comune. Soprattutto, san Paolo vuole ricordarci che la Chiesa è prima di tutto il dono che Gesù Cristo fa di se stesso e non il punto di arrivo dei nostri sforzi. A noi è regalato il compito grande di non sciupare l’unità dell’unico corpo.

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