Trentatreesima Domenica del tempo ordinario. Egli è vicino…

La fine del mondo è un argomento che ciclicamente torna agli onori della cronaca: c’è qualcuno che ne stabilisce la data, c’è qualcuno che ci crede, e soprattutto c’è qualcuno che ne approfitta per fare un po’ di soldi… Naturalmente non mancano mai acquirenti per questo tipo di rivelazioni, che talvolta intersecano anche il nostro mondo religioso, anch’esso succube in parte delle manie sensazionalistiche. Ebbene, le parole di Gesù sono chiare: «Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre». Altrove, Gesù stesso dice che verrà come un ladro, senza preavviso, quindi, se qualcuno ha la pretesa di sapere e di annunciare date della fine del mondo, l’unica cosa certa da fare è non ascoltarlo… La preoccupazione di Gesù – che usa frasi fatte del linguaggio apocalittico in voga nel suo tempo – non è affatto quella di generare paura verso un evento che non identificabile nel tempo, ma semmai è quella di generare un’attesa responsabile verso un evento che già abita la storia, esattamente come foglie, fiori e frutti sono già presenti nella pianta che attraversa l’inverno nell’attesa della primavera e dell’estate. Gesù dice soltanto che «quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino». Lo scopo del suo parlare è esattamente annunciare questa vicinanza, che è la stessa oggi rispetto a quando egli ha pronunciato quelle parole. Gesù è questa vicinanza di Dio, che oggi continua nelle sue parole che ancora noi ripetiamo ed ascoltiamo. Il nostro tempo umano, il percorso travagliato della storia è abitato dalla presenza di Gesù come da un germoglio che preme sotto il ramo e sa renderlo tenero. Ecco, siamo chiamati ad essere ramo che diventa tenero grazie allo spuntare delle foglie. Questo è il nostro compito di annuncio e testimonianza del Regno di Dio, che – dice Gesù – è già qui, è in mezzo a noi, è dentro di noi. In un certo senso, Gesù sconvolge il filone fecondo della fine del mondo, invitandoci a considerare che il fine del mondo, il suo scopo, il suo destino, è già dentro il mondo stesso, perché egli ve lo ha portato e lo ha affidato alla sua Chiesa. Non dobbiamo aspettare un futuro di cui non possiamo definire i contorni temporali, ma dobbiamo attendere il compimento del presente nella fatica dei giorni, vivendo ciascuno di essi come fosse l’ultimo, ma anche come fosse il primo, anzi come fosse l’unico. Perché non è il futuro che ci cadrà addosso, ma siamo noi che gli andiamo incontro con l’unica forza di cui possiamo disporre, quella del presente. L’atteggiamento giusto è proprio quello fatto balenare dalla parabola del fico: la tenerezza di un ramo che preannuncia non la fine, ma il fine, lo scopo di una pianta che esce dal freddo per entrare nella stagione dei frutti.

Le immagini apocalittiche usate da Gesù, semmai, più che paura intendono richiamare alla serietà di questo cammino. Non vogliono mettere fretta verso un giorno e un’ora che non conosciamo, ma solo invitare ad un’urgenza da vivere in ogni giorno e in ogni ora. Ogni momento, anche il più quotidiano, il più ripetitivo e il più banale, è portatore di salvezza ed è occasione di santità, perché – come bene dice l’autore della lettera agli Ebrei – «con un’unica offerta Cristo ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati»: il giorno e l’ora della salvezza coincidono con il giorno e l’ora del sacrificio di Cristo, ma sono un giorno e un’ora che hanno cambiato ogni giorno e ogni ora e hanno fecondato il passato e il futuro. Sì, perché Gesù ha «offerto un solo sacrificio» ed ora «è assiso per sempre alla destra del Padre», quel Padre che – unico – conosce anche il giorno e l’ora della fine del mondo. Quindi, urgenza e serietà sono i messaggi della parola di Gesu che abbiamo ascoltata oggi. Urgenza e serietà da coniugare nella tenerezza dei giorni che passano e che, passando, segnano il progressivo passare del cielo e della terra. Ciò che non passa è la parola di Dio annunciata da Gesù, e la sua vicinanza oggi è data dal risuonare di questa parola dentro la nostra vita di fede. Per noi cristiani questa parola è il segno più bello della perenne vicinanza di Dio, e per tutti gli uomini noi possiamo essere segno di questa prossimità di Dio, se lasciamo che la sua parola, attraversandoci, resti viva nella nostra testimonianza.

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