Ventinovesima Domenica del tempo ordinario. Ho creduto perciò ho parlato…

In questa domenica si celebra la Giornata Missionaria Mondiale, ed il tema che ci viene proposto come riflessione ruota attorno al rapporto tra la fede e la testimonianza: «Ho creduto perciò ho parlato». Si potrebbe ribaltare questo slogan in una descrizione di quello che, invece, purtroppo accade: sono stato in silenzio perché la mia fede si è spenta… Quando arriva questa Giornata tutti pensano ai missionari e già qui c’è il primo errore – che è proprio un errore di fede – ovvero il considerare la missione come un mestiere affidato a quei pochi che partono missionari in terre lontane. Oggi certamente li ricordiamo nella nostra preghiera, perché ci vuole coraggio a partire verso luoghi segnati spesso da gravi povertà. Anche se io aggiungo: cari miei, ci vuole coraggio anche a restare qui in luoghi dove la povertà più diffusa è proprio quella più grave, la povertà di Dio, l’assuefazione e l’abitudine a sentirne parlare, la povertà di fede. Proprio così: regna talvolta un silenzio di testimonianza, qui da noi, perché imperversa una persistente aridità di fede. Mi spiego, per non sembrare che la mia sia un’accusa generica sparata nel mucchio.

La fede esiste nella nostra terra. I genitori chiedono per i loro figli il Battesimo in una percentuale che è ancora vicina al 100 per cento, e così è per gli altri sacramenti dell’iniziazione cristiana, Cresima ed Eucaristia. Quando c’è un avvenimento straordinario – come sarà da qui ad un anno, ad esempio, la visita pastorale del Vescovo – la gente si mobilita, è entusiasta, batte le mani, si lascia coinvolgere. Anche i più giovani amano avere momenti di festa, di raduni magari numerosi e rumorosi, in cui ci sia da uscire dal corso normale delle giornate. Momenti comprensibili di effervescenza cristiana! Ma la fede, cari miei, è un’altra cosa: è quella che sostanzia la vita nelle sue pieghe più normali e abitudinarie, sono le Comunioni settimanali che seguono la Prima Comunione, è la testimonianza quotidiana che ci si aspetta dai cresimati, è la trama della vita concreta di quelle famiglie che domandano il Battesimo per i loro figli. La fede è la vita, e per questo è sempre impossibile avere la pretesa di misurarla, di dire dove c’è e dove non c’è, perché spesso la testimonianza di fede deve fare i conti con una realtà ostile che le impedisce di manifestarsi. Ma accade anche che la mancata testimonianza della fede nasca da una omologazione progressiva ad altri criteri di vita. Un po’ come quelli che troviamo espressi nella pagina evangelica odierna: Giacomo e Giovanni desiderano posti d’onore, hanno seguito Gesù, hanno lasciato tutto, hanno dunque il diritto che Gesù conceda loro una giusta considerazione assegnando le due posizioni più importanti, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra. Il modo di ragionare che è sotteso alla richiesta dei due apostoli è, in fondo, fondato su una normalissima equazione del contraccambio. Niente di veramente scandaloso… Del resto, per allontanarsi dal sentiero della fede non è necessario compiere chissà quali delitti, basta poco: basta lasciarsi convincere che il modo di pensare dei più sia anche quello giusto, basta lasciarsi prendere dalla comodità del sentire comune così da non avere problemi o discussioni con la gente. La risposta di Gesù ai due figli di Zebedeo – ma anche agli altri dieci, indignati forse solo perché Giovanni e Giacomo li avevano preceduti nell’esprimere un desiderio che albergava anche in loro – è netta ed esigente: «Tra voi però non è così», come a dire: lasciate pure che il mondo segua i suoi criteri, ma voi non seguiteli, non omologatevi… «Ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti». Una cosa simile la dice solo Gesù, e questo rende ancora più coraggioso seguirlo in questa scala di onore che funziona al contrario rispetto a quella predicata e praticata dal mondo. Ho detto “funziona”, e qui sta il punto dolente della proposta chiara di Gesù: apparentemente “non funziona”, perché lo schiavo di tutti resta ultimo e non diventa certo il primo. O meglio, per capire se “funziona”, bisogna prima crederci: non “provare per credere”, ma semmai “credere per provare”. Come dice lo slogan di questa Giornata Missionaria Mondiale: «Ho creduto perciò ho parlato».

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