Corsivo. La vita, picchiata a Venezia, suicida a Milano…

Sfogliando il quotidiano stamattina, sono rimasto con due pagine di cronaca aperte l’una vicina all’altra. Due titoloni, l’uno da Venezia, l’altro da Milano. Non penso ci fosse intenzionalità nel metterli così vicini, eppure c’è un filo sottile che unisce le due tragiche vicende. La prima riguarda Gabriele Sinopoli, 63 anni, in coma per le conseguenze di una selvaggia aggressione da parte di un gruppo di giovani ubriachi: aveva suonato il clacson della macchina per farli spostare dalla sede stradale, ove stazionavano con il bicchiere di spritz in mano; lo hanno colpito con un pugno e poi inseguito sino al pestaggio, cui ha assistito anche la sorella. La seconda vicenda riguarda Vittorio Colò, 101 anni, morto suicida con un colpo di pistola nella chiesa sotto casa a Milano: aveva fatto l’atleta con successo e con tante medaglie sino a 95 anni, poi aveva accettato con fatica il passare degli anni ben oltre la media con l’inevitabile calo fisico e sembra non avesse sopportato l’idea che la moglie Enrica non fosse più autosufficiente.

Le analisi del quotidiano ricalcano schemi un po’ banali. A Venezia si dà la colpa allo spritz low cost: se costasse un po’ di più l’aperitivo, i giovani ne berrebbero di meno… Un ragionamento che fa sorridere e che lascia inevasa la vera domanda: qual è il valore della vita umana per i “delinquentelli” della (non) cultura dello sballo? L’arroganza di chi vuole bere senza limiti, divertirsi senza regole ed orari e occupare anche la strada, senza che nessuno provi a rivendicare il senso dell’ordine e dell’educazione, è un prodotto tipico del nostro tempo, di quel diritto alla movida, difeso ad ogni costo – anche da qualche amministratore pubblico, ahimé – perché rappresenta una fonte di guadagno e salvaguardia la sacrosanta libertà individuale di fare quello che si vuole.

D’altra parte, a Milano, invece, per il gesto folle del centenario suicida s’invoca l’attenuante della vita che avrebbe perso tutto il suo appeal perché non c’è più lo sport a rallegrarla e a nobilitarla, quello sport che rischia sempre più di diventare una mania divoratrice di ogni altro valore. Abbiamo assistito questa estate allo squallore di un atleta, Alex Schwazer, quasi costretto dall’assurda macchina delle prestazioni e dei risultati ad assumere sostanze stupefacenti per salire ad ogni costo sul podio olimpico. Lo sport divenuto droga esso stesso, anche per un centenario? Sembrerebbe di sì, e a 95 anni certo non si può ricorrere nemmeno al doping per migliorare le proprie prestazioni: bisogna semplicemente rassegnarsi a quel saggio principio secondo il quale la vita ha le sue età e ogni età ha le sue gioie e i suoi dolori. Anzi, arrivati a cento anni in piena forma bisogna solo saper ringraziare di tutto quanto è venuto dalla vita, ben aldilà di ogni pur rosea aspettativa (perché qualcuno, ben più giovane, è chiuso da anni in un istituto per vecchi o immobile nel letto di casa!). Senza esprimere alcun giudizio a chi ha compiuto, per giunta in chiesa, un gesto così folle, v’è però da stigmatizzare come lo sport dovrebbe insegnare anche a rinunciare, se davvero vuole essere una pratica integralmente educativa. Insegnarlo ai ragazzi, ai giovani e anche agli anziani.

Quale filo sottile esiste tra le due pagine di quotidiano aperte davanti a me? Quello della vita, con il suo valore, la sua difesa, la sua educazione. Forse la nostra società ha un po’ abdicato da questo compito. Con lo spritz in mano o con il pallone tra i piedi, si insegue un’eternità che non esiste quaggiù e si perde l’occasione di scoprire un assai più umile e terreno rispetto della vita, che invece regala piccole ma significative medaglie. Ad ogni età…

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