Celentano e il Paradiso. Oltre la polemica…

Da alcuni articoli e blog viene l’invito a considerare anche quanto di positivo ci sia stato nell’intervento di Celentano al Festival di Sanremo. Quel suo invito a parlare di Dio e di Paradiso, non restando inchiodati all’ordine del giorno dettato dal mondo, contiene un germoglio di bene, che va sicuramente accolto. A mio parere, bisogna intanto distinguere tra il discorso su Dio che ci si aspetta legittimamente da vescovi, preti e catechisti e quello che invece può riguardare il lavoro professionale di giornalisti cattolici di quotidiani e settimanali di informazione. Vorrei suggerire solo alcuni spunti di riflessione.

Che lo spessore di troppe omelie o catechesi o anche di documenti magisteriali sia misurabile solo con i parametri delle scienze umane, è fin troppo evidente (ma allora non si capisce perché Celentano abbia salvato nella categoria di preti e frati solo don Gallo, il quale non mi risulta proprio che parli spesso del paradiso e delle realtà ultime, anzi…). Nella proposta di questi temi si è passati da un estremo all’altro. Dai quaresimali urlati dal predicatore straordinario chiamato in parrocchia a mettere un po’ di paura proprio a partire dai “Novissimi” (morte. giudizio, inferno, paradiso), ci si è immiseriti in omelie brevi e sdolcinate che riescono a banalizzare anche il Vangelo. Non credo che si voglia tornare a parlare delle “cose ultime” come in quei sermoni dal pulpito. Non avrebbe senso. Sarebbe solo una forma di nostalgia tipica dei laudatores temporis acti, cioè di quanti pensano sempre che il passato fosse migliore del presente. E’ la storia stessa ad insegnarci che non è così. C’era, del resto, una evidente stortura in tutta quella omiletica organizzata come uno strumento di ravvedimento forzato delle anime.

A guardare bene, poi, non è che Gesù abbia parlato molto del Paradiso. Egli ha preferito parlare del Regno di Dio, e ha annunciato questo Regno come già presente nella storia proprio grazie alla sua presenza umana di Dio fatto carne. Questo a me pare il vero punto di partenza di ogni discorso cristiano sul Paradiso (e sull’inferno). E’ vero che questa vita è faticosa e non è definitiva (chi di noi non lo sperimenta e non se ne lamenta almeno una volta al giorno?), ma sarebbe pericoloso organizzare lo scorrere del tempo come un campionato in cui c’è un girone d’andata tutto in trasferta (qui in terra) in cui si prendono un mucchio di goal ed un girone di ritorno (senza fine, in cielo) in cui si gioca finalmente sempre in casa e si vince con assoluta certezza. Gesù non ci ha parlato così della vita terrena, e nemmeno del Paradiso. Le Beatitudini non sono un manifesto dell’aldilà, ma sono un’esperienza da provare a vivere già qui, perché il Regno di Dio è già qui, ora. A me pare che la predica di Celentano – anche nella sua parte per così dire positiva – peccasse di una sorta di legge del contrappasso, invitando preti e frati a fare dei quaresimali gioiosi sul paradiso invece che tenebrosi sull’inferno (fosse pure l’inferno del mondo che c’è già qui). Già, ma lo stile a cui si fa riferimento è sempre lo stesso, e non è esattamente quello insegnatoci da Gesù nel Vangelo…

Bisogna recuperare seriamente e pienamente il messaggio dell’Incarnazione (ed io lo vado scrivendo nei miei libri, da quelli sul Natale a quello sul “tesoro nel campo”). Il che ci aiuta anche a comprendere il secondo livello della questione, che riguarda la missione evangelizzatrice che possono svolgere i giornalisti cristiani. Io credo che nessuno di noi compri un quotidiano per trovarvi una serie di “omelie” sul paradiso o articoli che cerchino di dimostrare l’esistenza o l’essenza di Dio. I giornali – anche quelli di ispirazione cristiana – devono essere professionalmente capaci di stare dentro il mercato della comunicazione, certo con il decoro e l’attenzione etica che li deve contraddistinguere. I giornali raccontano la storia così come si forma nella cronaca e in una prima riflessione che sui fatti è possibile fare. Da questo punto di vista, sono lontani dal paradiso – come lo intende Celentano e non solo lui – ma assai vicini al Regno di Dio – come lo intende Gesù nel suo annuncio. L’arte del giornalista cristiano è quella di far emergere questa verità da un racconto, è quella di saper regalare all’ovvietà (e alla fissità) di ciò che accade uno sguardo nuovo, che sa leggere non solo ciò che c’è sotto i fatti ma ciò che c’è sopra di essi. Un giornalista cristiano deve essere prima di tutto un bravo giornalista, e solo così, se è sensibile al patrimonio cristiano che ne forgia l’umanità, saprà far balenare anche il paradiso, mentre racconta le miserie e le grandezze che sono nascoste dentro ogni avvenimento umano. Quasi mai il suo scrivere sarà infarcito di parole connotate religiosamente. Non farà cioè il prete, ma il suo mestiere, che è quello del giornalista! Eppure dovrà impegnarsi a far sorgere domande mentre offre informazioni, a lasciare che un’onesta e veridica descrizione veicoli lo spazio della riflessione. Silenzio e parola, parola e silenzio (se si vuole scomodare il messaggio di Benedetto XVI per la prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali).

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One thought on “Celentano e il Paradiso. Oltre la polemica…

  1. Molto bene caro don Agostino. Condivido, soprattutto il discorso delle omelie brevi e sdolcinate che riescono a banalizzare – e io aggiungo ad annacquare notevolmente – anche il Vangelo e di cui non se ne può davvero più.
    Grazie per queste riflessioni

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