Settima Domenica del tempo ordinario. La fede, tra porta e… tetto!

La porta di cui si parla è quella della casa di Pietro, a Cafarnao. Qualche giorno prima, tutta la città era radunata davanti a quella porta. Ora la casa stessa è piena di gente e neanche fuori c’è più posto. Potremmo dire che la casa del primo discepolo di Gesù si sta trasformando in quella che noi oggi chiamiamo chiesa, il luogo dell’incontro con Gesu. Le statistiche del nostro tempo dicono che le chiese si stanno svuotando, qui nella nostra Europa, in cui se ne sono costruite tante lungo i secoli, alcune, cattedrali immense ricche di opere d’arte e altre, piccoli oratori ai crocicchi delle strade. «Si seppe che era in casa», dice l’evangelista Marco a motivare il grande afflusso di gente. Si seppe che c’era Gesù, e questo bastò a radunare tante persone. Oggi dentro le nostre case ci sono televisione e computer a favorire raduni oceanici anche se virtuali, spesso intrisi di banalità, trivialità, immoralità. Non si ha il tempo per le cose importanti, ma lo si trova per perderlo in cose che, se non sono dannose, sono certamente futili. Così la nostra ignoranza nelle cose di Dio cresce a dismisura, le occasioni per approfondire la fede vengono snobbate come cose clericali, i tempi del dialogo in famiglia finiscono nell’elenco di ciò che si può rimandare all’infinito. Noi lo sappiamo bene quando Gesù è in casa, ma la casa, ahimé, resta vuota…

A Cafarnao quel giorno la casa in cui c’era Gesù si riempì all’inverosimile, eppure si rischiò che rimanesse fuori l’unico che poi dall’incontro con Gesù trasse un immenso duplice beneficio. Mi commuove sempre la scena del paralitico sorretto da quattro persone, che arriva davanti ad una porta ingombra di gente curiosa, che, invece di favorire l’incontro di quell’uomo con Gesù, lo ostruisce. Un malato grave, sorretto per fortuna dalla fede di quattro amici che per lui sono disposti a scoperchiare il tetto e a calarlo nel centro della casa. Provate ad immaginare la scena! Avranno cercato di passare dalla porta, chiedendo “permesso” come si fa nella calca, ma quelli che hanno acquisito il posto lo considerano un privilegio e non lo cedono certamente al primo poveraccio, arrivato per giunta in ritardo. Per fortuna i quattro portantini del paralitico hanno qualcosa che tutta quella folla sembra aver dimenticato a casa: la fede. Gesù la vede, perché egli gli uomini li conosce così, non li giudica per i loro peccati ma li guarda con la lente della fede. La fede scoperchia i tetti, se le porte sono ostruite. E noi rischiamo di fare la parte di quelli che sono arrivati prima e che la porta la ostruiscono e non fanno entrare in casa la fede… Che non ci accada, in questa casa dove al centro c’è Gesù, di essere seduti come gli scribi, nascosti in un angolo e intenti a fare commentini salaci invece di ascoltare a cuore aperto la parola forte del Vangelo. Già, il cuore. Dio legge il cuore e lì trova o non trova la fede, non certo sulle labbra.

Che fortuna ebbe quel paralitico ad avere avuto quattro cristiani veri, dotati di fede solida ed audace, che lo portarono da Gesù, il quale lo risanò nel corpo e soprattutto nell’anima, lo rimise in piedi, lo rese capace di uscire da quella porta da cui non era potuto entrare. Cristiani che portano l’uomo davanti a Cristo, è di questo che abbiamo bisogno, è questo che dobbiamo essere. E cristiani così non ci si improvvisa. La fede non è mica un diploma che si è acquistato un giorno al granmercato dei sacramenti e che si tiene incorniciato in salotto come attestato di partecipazione! La fede va nutrita di preghiera e di opere, di formazione e di dialogo, altrimenti è lettera morta. Tra qualche giorno entriamo nel tempo santo della Quaresima, che giunge provvidenziale a chiudere il nostro infinito carnevale. Dio, per bocca del profeta Isaia, ci conferma che vuole aprire una strada nel deserto, vuole immettere fiumi nella nostra steppa, vuole fare una cosa nuova con noi e per noi. San Paolo ci invita a modificare la nostra risposta a questa incredibile proposta di Dio: l’unica possibile è il «sì», è l’«Amen», non ripetuto distrattamente come nella Messa… La nostra specialità, purtroppo, è il «sì e no», il «sì, però», che mischia al Vangelo i nostri accomodamenti e lo annacqua e lo fa così degenerare. Forse anche per noi c’è un tetto da scoperchiare, perché la porta, ahimé, è diventata troppo comoda!

 

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