Sesta Domenica del tempo ordinario. La compassione di Gesù e la nostra

Il lebbroso al tempo di Gesù viveva in una doppia condizione di malattia e di emarginazione: proprio perché affetto dalla lebbra era costretto a vivere ai margini della società (abbiamo ascoltato le prescrizioni in proposito contenute nel libro del Levitico); ma si finiva con il credere che fosse affetto dalla lebbra a causa del peccato che aveva commesso e, quindi, che egli fosse bisognoso di una purificazione interiore. Peggio di essere malato c’è solo la condizione di essere malato e solo, abbandonato, non curato. Peggio di essere malato e solo c’è solo la consapevolezza che gli altri pensino che questo sia a motivo di chissà quale peccato. Il lebbroso incarna perfettamente questa doppia emarginazione che una mentalità legalistica ed una scarsa capacità di cura sanitaria rendevano di fatto definitiva. Gesù mostra un atteggiamento diverso da quello che era prescritto dalla Legge: egli accetta di incontrare il lebbroso che gli si è fatto vicino e che, in ginocchio, lo supplica. Anche san Francesco visse un momento di profonda conversione a contatto con un lebbroso (anche nel suo tempo, i lebbrosi erano emarginati e ridotti in condizioni disumane): nonostante avesse sempre provato ripugnanza, quel giorno, oltre a dargli l’elemosina, lo abbracciò e lo baciò. San Francesco avrebbe potuto ripetere le parole di san Paolo: «Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo». Nell’atteggiamento verso i lebbrosi il poverello di Assisi imitò il comportamento di Gesù, capace di avvicinarli, di toccarli e di lasciarsi commuovere. Questo sembra essere l’insegnamento più evidente che troviamo nella Parola di Dio che oggi ci è stata proposta. Ed i gesti compiuti da Gesù di fronte al lebbroso sono significativi e indicativi di un modo cristiano di avvicinare i fratelli sofferenti:

  • «Ne ebbe compassione»: è un gesto interiore, il più importante. Siamo tentati di abituarci in fretta alla sofferenza degli altri (non così alla nostra, e ci lamentiamo che gli altri si abituino alla nostra sofferenza!). Invece… «ne ebbe compassione»: Gesù non si abitua alla sofferenza, la compassione lo mette in movimento. Chi soffre comincia a star meglio già nel momento in cui percepisce che c’è uno che lo accoglie, che lo fa sentire vivo (Madre Teresa ci ha insegnato che un sorriso ad un morente gli ridona per un attimo la dignità di vivente amato da Dio sino all’ultimo respiro).
  • «Tese la mano»: star vicino a chi soffre non può essere un gesto astratto fatto soltanto di parole di circostanza. L’altro che soffre non è uno dei tanti anonimi casi del «si soffre» generico dell’umanità. Non esistono malati in serie, malati in corsia (purtroppo negli ospedali, invece, spesso è così: sono numeri di letto che si riempiono), esiste questa persona malata, e tu tendi la tua mano verso quella precisa persona, intervieni in quella specifica situazione.
  • «E lo toccò»: è il gesto di estrema concretezza, che conferma la volontà di entrare in contatto con l’altro che soffre. Se è vero che la malattia vera è l’emarginazione, la vera cura è la condivisione. Condividere è molto più che assistere. Si può assistere uno che si avverte ancora come estraneo. Si condivide quando mi sento coinvolto in prima persona.

Sono tratti molto concreti che dovrebbero ispirare il nostro atteggiamento di compassione, vincendo quella forma di rispetto umano che ci fa vivere una sorta di estraneità verso situazioni di sofferenza. La compassione – come dice la parola stessa – è la capacità di patire insieme, di calarsi emotivamente nei panni dell’altro che soffre per fargli sentire la nostra cura, che è sempre possibile anche quando la malattia è giudicata come inguaribile. Da questo punto di vista è vero che non esistono malattie incurabili, perché non esistono malati a cui non sia possibile far sentire la propria vicinanza. Certo, la compassione autentica è fatta anche di discrezione, ossia di quella facoltà di moderare la nostra azione giusta e doverosa, secondo criteri di convenienza e di opportunità. Quando, cioè, abbiamo giudicato che è giusto operare secondo carità verso qualcuno, siamo tenuti a farlo con discrezione. Quanto il vangelo ci propone oggi è un’esigenza profonda, che avvertiamo nella nostra società, spesso distratta e poco incline alla compassione.

 

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