Noi e Tommaso

SECONDA DOMENICA DI PASQUA – Anno C

«Io non credo». Non c’era e non crede. Così Tommaso, uno dei Dodici. Eppure una settimana più tardi, sulla sua bocca troviamo la professione di fede più perfetta di tutti i vangeli: «Mio Signore e mio Dio!». Tommaso è davvero un personaggio pasquale, perché con la sua vicenda umana rappresenta la difficoltà e la pienezza della fede in Gesù Cristo risorto. La nostra fede di oggi, la fede della Chiesa, è sostenuta sulla fede di Tommaso, e ci aiuta molto il sapere che essa ebbe alle sue origini un perentorio «io non credo». È utile aggiungere subito il tassello mancante al mosaico della Pasqua di Tommaso, e possiamo sicuramente dargli il nome giusto, che è il nome che Giovanni Paolo II volle dare a questa domenica nell’ottava di Pasqua: divina misericordia. Gesù viene incontro agli apostoli – e a Tommaso in modo tutto particolare – con i suoi doni. Si rende presente, dona la pace, soffia lo Spirito Santo, mostra i segni del suo amore: questa è la misericordia di Dio che continua ad essere effusa anche su di noi.

Ciò che ci differenzia molto da Tommaso, spesso dipinto come capostipite degli increduli, è la sua tenacia ed è la nostra distrazione. Egli iniziò la sua Pasqua con un «io non credo», pose delle condizioni alla sua fede, ma comprese che non poteva più mancare, che doveva essere presente con la sua persona. Nella ricostruzione cinematografica fatta alcuni anni fa della vicenda di Tommaso, viene ripercorsa quella settimana che sta tra l’incredulità e la professione di fede. L’apostolo cerca la dimostrazione della morte di Gesù e, quindi, cerca di ritrovare il suo corpo, e prova a raccogliere le testimonianze di quanti lo hanno visto morire. L’incredulità riposa sempre nell’attaccamento al passato, nella cocciuta convinzione di poggiare sulle proprie idee. Tommaso, però, compie un autentico viaggio all’interno di se stesso e, cercando Gesù morto, comincia a rinvenire le tracce di Gesù risorto. La sua grandezza è stata tornare nel luogo dell’ultima cena, tornare nel luogo in cui c’erano affetti sicuri. Pur sconfitto, tornò sui suoi passi.  Sia chiaro, non sappiamo che cosa abbia fatto Tommaso in quella settimana e non sappiamo nemmeno perché la sera di Pasqua lui non ci fosse. Quel che è certo è che Tommaso sarà stato incredulo, ma non distratto, non si assoggettò alla mentalità comune. La nostra fede, spesso, è poco credibile e poco incidente, perché non parte più da un confronto con la realtà, non fa più domande, non dice più nemmeno «io non credo». È una fede apatica, senza passione, una fede che si indossa per qualche cerimonia e che poi si ripone nell’armadio come un vestito della festa. Non era così la fede di Tommaso. Egli ebbe il coraggio di non credere, ma non fu tanto distratto da non essere lì, otto giorni dopo, quando Gesù «stette in mezzo» con il dono della sua pace e lo inondò con la sua infinita misericordia. Ciò che ci penalizza, oggi, non è l’incredulità, ma è proprio la distrazione, l’apatia, che ci porta lontano dal centro di noi stessi e, quindi, ci allontana dal centro della storia, trasformandoci in persone smarrite e nervose, spesso arrabbiate con tutto e con tutti.

La Pasqua ogni anno ci mette di fronte ad una piccola comunità apostolica, impaurita certo ma riunita insieme, in cui giunge, non passando dalla porta, il Signore Gesù. Questa presenza – che ha il nome bellissimo di «divina misericordia» – continua nel tempo e nello spazio e raggiunge anche noi oggi. L’importante è esserci, resuscitando in cuore le domande che contano e rivolgendole all’Unico che ha già risposto, non con le parole, ma con il dono della sua vita.

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