Signore, da chi andremo?

VENTUNESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno B

Gesù ha terminato il discorso del pane di vita, e pone i Dodici davanti ad una scelta: esige da loro una decisione. Riconosce che il suo discorso è duro, ma preferisce perdere alcuni discepoli piuttosto che attenuare la portata del suo messaggio.

La Parola di Dio provoca sempre una crisi. La prima lettura ci ha presentato l’assemblea riunita a Sichem: il popolo eletto che ha ricevuto in dono la terra, è chiamato a rinnovare l’alleanza. È stato scelto da Dio, certamente, e per questo è «popolo eletto», ma deve continuamente scegliere Dio come il suo unico e vero Signore. Anche i discepoli sono in crisi davanti alla domanda di Gesù: «Volete andarvene anche voi?»; anche voi, dopo i giudei mormoratori, anche voi, dopo la folla a caccia di miracoli. È una vera crisi salutare perché soltanto passando da questa strettoia si è sicuri di essere sulla strada di Gesù Cristo.

Certo, Pietro risponde a nome dei Dodici con lo slancio caratteristico dell’uomo di fede che si abbandona, testa e cuore, al fascino indiscutibile di Gesù Cristo. Ma la sua parola non cessa un attimo di essere dura. E non è opportuno che noi, oggi, ci lasciamo prendere dal sentimento cristiano e facciamo nostre, con impeto di commozione, le toccanti parole di Pietro in risposta a Gesù: «Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna». Aderire a Gesù Cristo non è questione di sentimenti. Non lo fu nemmeno per Pietro che, nel momento della difficoltà, non esitò a rinnegare proprio il Maestro che ha parole di vita eterna. È una decisione che deve penetrare il tessuto della vita e raggiungere anche gli ambiti più segreti e più importanti, quelli appunto più decisivi anche se più quotidiani. Bisogna che la risposta di Pietro abiti il nostro cuore e la nostra testa con una consapevolezza scevra da ogni inutile sentimentalismo. Il primo «sì» detto a Cristo può anche essere commovente, ma poi la poesia si dilegua nel quotidiano e tutti gli altri «sì», quelli che veramente contano, sono assai più duri.

E poi dobbiamo essere coerenti con la risposta che diamo a Cristo, riconoscendolo Signore della nostra vita.

«Signore da chi andremo?». Già, ma i luoghi della nostra vita rispettano questa risposta? Oppure Gesù Cristo è compagno di strada solo nel momento dei buoni propositi?

«Tu hai parole di vita eterna». Non è che talvolta la Parola di Gesù Cristo e relegata proprio a parola che riguarda l’aldilà, mentre per l’aldiquà sono altre le parole che contano e che dettano il cammino alla nostra vita?

È utile ripensare alla sincerità delle nostre professioni di fede!

La seconda lettura ci offre un ambito di verifica molto concreto, quello dei rapporti fra l’uomo e la donna entro il matrimonio. San Paolo usa un linguaggio del tempo, il codice domestico pagano, caratterizzato dalla dipendenza della categoria più debole nei confronti di quella più forte. Ma questo quadro che noi oggi definiremmo maschilista, se illuminato dal mistero di Cristo, si trasforma completamente.

La sottomissione è vicendevole e include, quindi, il rispetto della dignità della persona e il superamento di ogni pretesa di superiorità dell’uno sull’altro. La sottomissione è proclamata nel timore di Cristo ed è a imitazione del rapporto Cristo-Chiesa che S. Paolo propone il rapporto uomo-donna. C’è una diversità di ruoli, pur nella perfetta uguaglianza. Certo il marito è capo, ma come Cristo lo è della Chiesa, cioè nella prospettiva del procurare la salvezza. La moglie è sottomessa, ma come la Chiesa al suo Signore nella linea di una totale comunione, tanto che la Chiesa manifesta sensibilmente Cristo: ne è il corpo visibile in terra. Si intuisce bene che l’amore richiesto all’uomo non è certo meno impegnativo della soggezione della donna. Come a dire, che la coppia cristiana vive come coppia unita dal sacramento, quella radicalità di risposta alla domanda del Signore: «Volete andarvene anche voi?». Non c’è più una risposta individuale che si somma ad un’altra risposta individuale, almeno per quanto concerne la vita di coppia. C’è un’unica risposta, perché l’uomo e la donna uniti dal matrimonio solo insieme possono esprimere il loro essere Chiesa di Gesù Cristo.

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