Colpo di testa / 46 Non per essere più ricchi, ma per avere più servizi

Corriere di Como, 24 ottobre 2017

Uno dei difetti più grossi della democrazia è di creare molta polvere. Domenica c’è stato un referendum consultivo regionale per l’autonomia. Ne sono sicuro. Mi hanno dato anche la ricevuta, con tanto di timbro della Regione Lombardia. Lo scrivo per segnalare un’evidenza. Non sto parlando di una consultazione folkloristica fatta sotto il gazebo (di che colore sia è ininfluente). E nemmeno di una raccolta di qualche centinaio di adesioni fatta sul web. Sia chiaro, sono anche queste piccole e legittime forme di democrazia fai da te. In fondo, la mania di contarsi ce l’abbiamo sin da bambini e continua anche quando diventiamo grandi: è una dinamica della vita, che funziona da quando siamo in due sulla terra (e prima sembra che fosse particolarmente noioso).

Quindi, domenica io ho votato – tra l’altro per la prima volta pigiando su un tablet e non scrivendo con una matita copiativa – per una consultazione istituzionale. Ci tengo a questa cosa, perché ho sentito affermazioni da parte di politici di schieramenti diversi che, nell’intento di togliere valore ad una consultazione istituzionale, la banalizzano al punto da far sembrare ridicoli quelli che sono andati a votare.

«È come chiedere se vuoi bene alla mamma!», ha sentenziato polemicamente un uomo della sinistra. A parte che, magari anche solo una volta all’anno, per dire alla mamma che le vuoi bene (e lei lo sa già), le compri un fiore o le porti una scatola di cioccolatini. Cioè, fai un gesto (che ha pure un costo) per dire una cosa ovvia. Ora, a me pare che di maggiore autonomia ci sia bisogno, pur nella tutela della solidarietà tra Regioni e della forza dell’unità nazionale. A me non pare sia sempre così ovvio, come che si vuol bene alla mamma. Ma se quel politico pensa che lo sia, avrebbe potuto sottoscrivere quella ovvietà.

Una donna della destra, invece, ha sentenziato: «I cittadini erano di fronte a un quesito tipo “vuoi essere più ricco?”. Non so quanto bisognasse andare a votare». Premetto che ho ancora la capacità di decidermi per il voto con sufficiente spirito critico, senza subire gli ordini di scuderia: “È meglio stare a casa” o “Devi andare a votare” mi fanno solo solletico e alla lunga mi danno fastidio. Ma l’idea di essere andato a pigiare su un tablet dentro una cabina elettorale, per dire che voglio essere più ricco, magari sperando anche di diventarlo, mi fa sbellicare dalle risate. Io ho risposto ad un altro quesito e mi aspetto – magari solo mi illudo, ma purtroppo è evenienza post-elettorale assai comune – che il mio voto possa contribuire ad una causa giusta, che va nella direzione dell’offerta di servizi e non dell’elargizione di ricchezze.

Il pulviscolo post-referendario è formato soprattutto da un’altra parola magica: «Inutile». Il referendum sarebbe sostanzialmente inutile. Perbacco, se nella nostra storia democratica dovessimo fare l’elenco delle consultazioni inutili, non basterebbe l’intero giornale a renderne conto! Nell’ottica della verità, la democrazia potrebbe essere persino inutile e talvolta pure dannosa. Ci mette tanto tempo per affermare l’ovvio, e talvolta arriva a sancirne addirittura il contrario! Ma permettetemi un pizzico di filosofia, dulcis in fundo. Nella vita le cose più importanti sono quelle inutili.

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