Colpo di testa / 44 Il caso di Cesare Battisti e la giustizia sconfitta

Corriere di Como, 10 ottobre 2017

Un brindisi in direzione dei fotografi. Un sorriso ironico, quasi un gesto di sfida. È l’ultimo scatto della vicenda che da anni vede al centro Cesare Battisti, ex leader dei “Proletari armati per il comunismo” (Pac), condannato in via definitiva in Italia a quattro ergastoli in quanto autore personale o in concorso di altrettanti omicidi, e da 36 anni latitante prima nella Francia di Mitterand, poi in Messico e infine in Brasile. La foto lo ritrae all’aeroporto internazionale di Campo Grande a Rio de Janeiro, dopo aver lasciato Corumbà, la città dello stato del Mato Grosso do Sul dove era stato arrestato, forse mentre tentava di espatriare in Bolivia. Si dice che l’attuale presidente brasiliano Michel Temer sia intenzionato a concedere finalmente l’estradizione in Italia, dopo che il 31 dicembre 2010, nell’ultimo giorno del suo mandato, il presidente Lula da Silva l’aveva bloccata, concedendo libertà al terrorista pluriomicida. Ricordo che già allora si sperò in un ripensamento del nuovo presidente Dilma Rousseff, ma anche l’ex-guerrigliera non se la sentì di esprimersi a favore della consegna di Battisti alle autorità italiane. Insomma, dopo sette anni siamo ancora di fronte al possibile atto di giustizia da parte del presidente brasiliano, ma il ghigno dell’assassino che gode di forti protezioni oltreoceano ci fa pensare che tutto possa concludersi anche questa volta con una bolla di sapone.

Il fatto che abbia forse cercato di fuggire dal Brasile – e Battisti è un grande maestro della fuga – fa pensare che abbia subodorato che le intenzioni di Temer sono a suo sfavore e non certo benevole come quelle di Lula e Rousseff, ma la prudenza è d’obbligo. Temer, infatti, non gode di grande popolarità in patria, in quanto nel giugno scorso è stato formalmente accusato di corruzione passiva con l’aggravante delle sue funzioni presidenziali.

Una cosa può essere detta già ora: la giustizia umana nel caso di Cesare Battisti è in clamoroso ritardo, e ha già fallito il suo obbiettivo. Ricordiamo che gli omicidi dell’agente della Digos Andrea Campagna, del gioielliere Pierluigi Torregiani, del macellaio Livio Sabbadin e del maresciallo della Polizia penitenziaria Antonio Santoro furono compiuti dal terrorista dei Pac tra il giugno 1978 e l’aprile 1979. Sono passati quasi quarant’anni, metà di una vita, quella tolta alle vittime e quella invece goduta in scandalosa libertà dal carnefice. Certo, c’è ancora un’ultima possibilità di concedere alla memoria delle vittime e al dolore dei familiari una parziale riparazione. Intanto, mentre si attende la decisione del presidente Temer, le limitazioni poste dal giudice Lunardelli a Battisti sono francamente ridicole: deve presentarsi in tribunale una volta al mese e impegnarsi a non lasciare la città di San Paolo, in cui vive nella sua casa come un normale cittadino brasiliano.

Quella foto col bicchiere di birra alzato in segno di sfida fa molto male alla fiducia che i cittadini devono per forza continuare ad avere in una giustizia lenta e farraginosa che, dopo quarant’anni di assurde protezioni politiche e di scartoffie internazionali, non è ancora riuscita a togliere il sorriso ad un delinquente comune, che ha ucciso quattro volte, difendendosi dietro il paravento dell’ideologia.

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