Risalatura del sale?

QUINTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno A

luceL’immagine usata da Gesù nel Vangelo di questa domenica è molto efficace, perché ci mette in rapporto con il mondo in cui viviamo. Un sale di grande sapore, che sta nel salino, o una luce potente, che viene coperta con un recipiente che non la fa passare per nulla, sono perfettamente inutili, perché la loro funzione è, per così dire, ministeriale. Servono ad altro: il sale a dare sapore al cibo, la luce ad illuminare la casa. La parabola discendente del cristianesimo negli ultimi decenni è stata segnata proprio da una progressiva perdita del grado di salinità e della funzione illuminante nei confronti del mondo. L’immagine – dicevo – è efficace, perché Gesù dà per scontato che la terra non è una saliera e nemmeno va trasformata in un ammasso di sale, ma ha bisogno di essere salata dal messaggio evangelico, come da un “poco” che le dà sapore, sciogliendosi e disperdendosi dentro di essa. Il mondo non è luce e non lo sarà mai, ma la sua perenne opacità ha bisogno di essere illuminata da una luce continua che ha il coraggio di stare in alto, di essere accesa in tutta la sua potenza, di non usare paralumi accomodanti, di risplendere per tutti, anche se poi non tutti la riconoscono. Il problema vero, una volta assodato che il mondo è opaco e la terra insipida, è quello di essere sale che sala e luce che illumina. La domanda vera di questo brano evangelico è questa: «Se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato?». La questione non è: se la terra perde il sapore, con che cosa la si salerà? Non è questo il problema, perché Gesù sta dicendo ai suoi discepoli che il loro compito è proprio quello di salare la terra insipida. Ma possono farlo se sono sale che non ha perduto il sapore, altrimenti come si potrà mai… salare il sale? Ho l’impressione che il più delle volte il problema della nostra testimonianza cristiana nel mondo è che essa è, per così dire, desalinizzata in partenza: offriamo un sale che non sala più, perché gli abbiamo tolto il potere salante, per paura di essere riconosciuti come sale da un mondo a cui piace tanto restare insipido. Avete in mente quei potenziometri che regolano la quantità della luce di una lampada in una stanza? Ebbene, ho il sospetto che, quando anche noi accendiamo il Vangelo nel mondo, subito abbassiamo al minimo il potenziometro per timore che faccia troppa luce. È esattamente la lampada posta sotto il moggio di cui parla Gesù. Non serve. Tra una luce spenta e una luce accesa totalmente nascosta non c’è, di fatto, nessuna differenza: coloro che sono nella casa restano comunque al buio. È che, il più delle volte, noi facciamo un ragionamento sbagliato: crediamo che il Vangelo sia troppo luminoso, troppo salato, per cui, prudentemente, lo riduciamo ad una sua versione spalmabile e – così crediamo noi – accettabile dal palato della gente. Diamo più credito alle nostre analisi sociologiche che alla potenza insita nel Vangelo stesso. E sbagliamo. Perché quella versione desalinizzata che noi svendiamo, non solo non sala un bel niente, ma conduce l’altro a rifiutare il messaggio cristiano non per quello che veramente è ma per quello che gli abbiamo presentato noi. Nell’educazione, spesso, usiamo questo criterio: abbassiamo gradualmente e continuamente i valori, così da avere la sensazione che vengano accolti, ma in realtà ciò che viene accolto non è più quel valore e, poi, ci accorgeremo, quando sarà troppo tardi, che anche quella versione edulcorata è stata di fatto rifiutata, e così abbiamo perso anche l’occasione di far splendere il valore in tutta la sua luce.

Dunque, «se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato?». È una delle domande che nel Vangelo restano senza una risposta precisa, come una provocazione. Venire qui tutte le domeniche ad attingere il sale saporoso dell’Eucaristia è buona cosa, ma talvolta ho il sospetto che la Messa domenicale sia vissuta da alcuni come una specie di rito per la conservazione del sale, da tenere poi ben sigillato dentro il salino. Credo che il processo di risalatura del sale sia molto più complesso di una Messa buttata lì ogni sette giorni. È un processo culturale ed esistenziale, che implica un radicale cambiamento dello stile di vita e una buona dose di coraggio da mettere in campo, in famiglia e in società, contro l’andazzo del mondo.

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