Trentaduesima Domenica del tempo ordinario. L’amore è… tutto!

Nella pagina evangelica di domenica scorsa c’era uno scriba che, al dire di Gesù, non era lontano dal regno di Dio: aveva enunciato correttamente il comandamento dell’amore. Nella pagina che ci viene proposta oggi, è una vedova povera, però, e non gli scribi ad incarnare correttamente l’amore. Gli scribi sembrano chiusi in se stessi, preoccupati di apparire più che di essere: «amano», dice Gesù, sì, ma amano esclusivamente se stessi, amano la propria immagine riflessa negli occhi degli altri poveracci che li vedono, ben vestiti, occupare i posti migliori. L’atto più vile che essi possono compiere riguarda proprio il rapporto con Dio e con il prossimo: siccome amano solo se stessi, le altre persone sono soggetti da divorare e da impoverire, e Dio stesso è solo un espediente per farsi vedere, tanto che la preghiera – atto in cui si dovrebbe riflettere quel «con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» che è la vera ed unica dimensione dell’amare – è protratta a lungo solo per un’esigenza di immagine. Questi scribi, vuol dire Gesù, conoscono i comandamenti, ma si tratta di una conoscenza puramente teorica che non incide sulla vita, la quale invece scorre su altri binari. Come assomigliamo agli scribi!

A differenza di questi personaggi, comunque segnati da una spiccata religiosità, noi cristiani del ventunesimo secolo non abbiamo più nemmeno il bisogno di simulare lunghe preghiere o partecipazioni a cerimonie e riti o incontri e catechesi. Agli occhi della gente e di quelli che contano davvero è importante mostrare altro, magari proprio una certa supponenza o una certa distanza ufficiale dalla fede: bisogna saper stare al mondo e, quindi, è necessaria una grande prudenza in società, quando entrano in gioco temi che possono generare una connessione troppo stretta ed evidente con la fede cristiana, con l’amore, la solidarietà verso i poveri, l’umiltà, la testimonianza dei valori. Gli scribi moderni hanno bisogno delle lunghe vesti per occultare la loro appartenenza cristiana e prediligono i silenzi non della preghiera ma di una prudenziale astinenza da ogni parola che possa manifestare il proprio credo. Mi vengono in mente quei personaggi che talvolta appaiono in televisione e, dopo aver dichiarato di essere credenti in Dio (non si sa bene quale) o addirittura di essere cristiani (ma, anche qui, non si sa bene quale Gesù Cristo), ostentano subito dopo una distanza dai dogmi, dalle regole, dalla Chiesa: insomma, in realtà, forse credono in se stessi (ma non si sa bene quale “se stessi” perché spesso ne hanno più d’uno).

Quale distanza c’è con la figura centrale di questa pagina evangelica, che non è una “povera vedova” come spesso si dice, ma è «una vedova povera», «così povera» da essere capace però dell’unica cosa che conta davvero nella vita: amare, donando tutto, «tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». Gesù è in grado di vedere questo amore, attuato concretamente in un gesto di autentica donazione e non semplicemente proclamato in un guizzo di ostentazione mediatica. Bisogna sapere che quel gesto di fare l’offerta al tesoro del tempio non era affatto segreto. La gente non deponeva i soldi direttamente, ma li consegnava ad un sacerdote addetto alla raccolta e, ad alta voce, indicava la cifra e la destinazione (vi erano infatti tredici salvadanai e ciascuno portava scritta la destinazione dell’offerta). Insomma, quella vedova non ha alcuna vergogna a donare l’equivalente di un solo soldo, un quattrino (che era la moneta che valeva meno nell’impero romano), che non era, però, una «parte del loro superfluo» come per i tanti ricchi che nel tesoro del tempio gettavano molte monete, ma era «tutto quanto aveva per vivere». L’amore non è una questione di «poco» o di «tanto», ma ha come unica unità di misura il «tutto»: questo vuole insegnarci Gesù, domenica scorsa con le parole dette allo scriba, oggi con questa osservazione della vedova povera che fa la sua offerta al tempio.

Il grande san Bernardo, preoccupato di spiegare come l’uomo possa contraccambiare l’amore immenso di Dio, scoprì che «sebbene la creatura ami meno, se tuttavia ama con tutta se stessa, non le resta nulla da aggiungere, perché nulla manca dove c’è tutto». Parole vere, che dovremmo saper seminare nel terreno dei nostri amori.

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