Ratzinger Benedetto. Ricordi di sette anni fa….

Ricordo quella sera di sette anni fa. Giunse un po’ improvvisa la notizia gioiosa che… habemus papam. Solo quattro scrutini in cappella Sistina, poche ore tra il lunedì ed il martedì di una settimana che qualche profeta di sventura aveva annunciato sarebbe passata nelle schermaglie tra cardinali. Invece la fumata bianca giunse alle 17.50 del 19 aprile 2005. Giornalisticamente ci avevo sperato, perché il martedì sera si chiudeva il giornale di cui ero direttore – il settimanale diocesano – e mi sarebbe piaciuto uscire il giorno dopo con il nome del Papa, come un quotidiano. In effetti fu così, e riuscimmo a preparare nella notte anche un corposo inserto. Nel primo pomeriggio avevo, anzi, predisposto una bozza di prima pagina, come a volermi portare avanti. E, dopo l’omelia del cardinal Joseph Ratzinger nella Missa pro eligendo Romano Pontifice del lunedì mattina, in quella prima pagina avevo messo una sua fotografia con la scritta «Ratzinger Benedetto». Il nome Benedetto mi nasceva in cuore da un memorabile discorso che il cardinale tedesco aveva tenuto a Subiaco pochi giorni prima, il 1° aprile. In una sorta di intuizione che s’innestava su un desiderio, credevo che sarebbe stato proprio lui a diventare Papa e che avrebbe preso il nome del Santo abate che aveva cominciato a costruire l’Europa sulle ceneri dell’impero romano.

Devo aggiungere – me lo ricordo bene – che un po’ di rabbia m’era venuta all’inizio di quella settimana nel sentire una corrispondenza radiofonica da Roma (di un vaticanista che continua imperterrito a seguire il Papa) che, proprio a partire dalle parole forti usate dal card. Ratzinger nella Basilica Vaticana in quella omelia, aveva profetizzato (ahimé, con scarso successo, si sarebbe capito poi) che egli si era preclusa l’elezione a sommo pontefice da parte del sacro Collegio. Invece quelle parole gli aprirono le porte del balcone, da cui apparve come «un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore». Ebbene, ebbi ragione io e non quell’improvvido e un poco tracotante vaticanista…

A distanza di sette anni vale la pena ricordare almeno due passaggi dell’omelia di colui che di lì a poche ore sarebbe diventato papa. Il primo passaggio riguarda il rapporto tra verità e carità in una fede davvero adulta e matura. Disse il cardinal Ratzinger: «Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde – gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. (…) Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede – solo la fede – che crea unità e si realizza nella carità. San Paolo ci offre a questo proposito – in contrasto con le continue peripezie di coloro che sono come fanciulli sballottati dalle onde – una bella parola: fare la verità nella carità, come formula fondamentale dell’esistenza cristiana. In Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come “un cembalo che tintinna” (1 Cor 13, 1)».

Il secondo passaggio riguarda quello che il cardinal Ratzinger considerava come il movimento tipico dell’apostolo, alla luce delle parole di Gesù: “Vi ho costituito perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15, 16). Disse in quell’occasione: «Appare qui il dinamismo dell’esistenza del cristiano, dell’apostolo: vi ho costituito perché andiate… Dobbiamo essere animati da una santa inquietudine: l’inquietudine di portare a tutti il dono della fede, dell’amicizia con Cristo. In verità, l’amore, l’amicizia di Dio ci è stata data perché arrivi anche agli altri. Abbiamo ricevuto la fede per donarla ad altri – siamo sacerdoti per servire altri. E dobbiamo portare un frutto che rimanga. Tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono; i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte queste cose scompaiono. L’unica cosa, che rimane in eterno, è l’anima umana, l’uomo creato da Dio per l’eternità. Il frutto che rimane è perciò quanto abbiamo seminato nelle anime umane – l’amore, la conoscenza; il gesto capace di toccare il cuore; la parola che apre l’anima alla gioia del Signore. Allora andiamo e preghiamo il Signore, perché ci aiuti a portare frutto, un frutto che rimane. Solo così la terra viene cambiata da valle di lacrime in giardino di Dio».

A distanza di sette anni, queste parole – che allora suscitarono in me l’ intuizione che Ratzinger sarebbe diventato Benedetto – mi lasciano ancora in cuore una profonda emozione ed una immensa gratitudine. Tanto che a me pare di intravedere in questi due passaggi di quell’Omilia pro eligendo Romano Pontifice proprio due direzioni fondamentali del ricco pontificato di Benedetto XVI. Peccato che le sue parole cadano spesso nel vuoto, non del mondo, ma delle nostre comunità cristiane, distratte da mille altre cose…

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One thought on “Ratzinger Benedetto. Ricordi di sette anni fa….

  1. MI ricordo anche di una via crucis( forse l’ultima presieduta da Giovanni paolo II), con il commento scritto dall’allora Cardinal Ratzinger che parlava apertamente di “marcio e sudiciume” presente nella Chiesa. Mi colpì non poco la pubblica “denuncia”, soprattutto in mondovisione, di uno sguardo che si rivolgeva “all’interno” della comunità ecclesiale e dei fedeli e faceva emergere un aspetto che, pochi anni dopo, sarebbe deflagrato in tutta la sua evidenza.
    Mentre ben altro effetto ebbe il discorso di Ratisbona,tanto che mi chiesi se si rendesse conto che ogni cosa che dice il Papa, anche se è una lectio magistralis in università, finisce immediatamente nel tritacarne mediatico e può, se non calibrata al cento per cento, trasformarsi e diventare qualcosa di potenzialmente pericoloso.
    Concordo con l’ultima frase sulle comunità cristiane distratte a da mille cose.
    Il “tentatore” ha mille risorse per distrarre…

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