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Questa parabola è un capolavoro di drammaturgia. Un vero coup de théâtre, un atto e due scene. È la storia di due debiti. Cominciamo dal secondo. Cento denari corrispondevano ad altrettante giornate di lavoro.
Oggi avremmo parlato di cinque mesi di stipendio. Dunque, un bel debito ma umanamente comprensibile. Stratosferico e inimmaginabile, invece, era l’altro debito, quello di diecimila talenti, corrispondenti grossomodo a 60 milioni di denari: quale uomo, infatti, ha a disposizione 240 mila anni di lavoro per poterlo saldare? Eppure la supplica del servo contiene proprio questa promessa impossibile da realizzare: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa».
Gli ascoltatori della parabola, che già avevano avuto un sobbalzo a sentire l’ammontare del debito di un servo pari ad una somma che nemmeno un re avrebbe potuto accumulare in tutta la sua vita, ora strabuzzavano gli occhi di fronte all’impudenza di questa promessa. E Gesù ne approfitta per assestare il famoso pugno nello stomaco che troviamo in ogni parabola. Il padrone condona il debito al servo. Perché? «Ebbe compassione di quel servo». Qual è il motivo del condono? Lo dice il padrone stesso al servo malvagio che, dopo essere stato salvato, non ha saputo condonare un debito più piccolo al suo collega: «Io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato». Non perché tu mi hai dato una garanzia della restituzione, ma solo perché mi hai pregato.
Il padrone – che aveva già ordinato di vendere il servo debitore con tutta la sua famiglia – ha improvvisamente cambiato logica: non più quella dei numeri, ma quella della misericordia, dell’immedesimarsi nella situazione dell’altro, del corrispondere alla sua preghiera. Il perdono scatta se c’è questo cambiamento di logica: non io al centro, ma tu al centro. Quindi, non è vero che il gesto del padrone è irrazionale, usa semplicemente un’altra ragione, calcola in un altro modo.
È la logica del perdono, la logica di Gesù. Perdonare significa regalare un futuro all’altro e non ibernarlo nel suo passato. Come dice il filosofo Paul Ricoeur, «perdonare non significa semplicemente sopprimere un debito, ma ricostruire una memoria».