TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno B

In mezzo alla folla si stagliano due discepoli tra loro molto diversi. C’è uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo. E c’è una donna senza nome, a cui la tradizione ha dato il nomignolo della sua malattia, l’emorroissa.
Li accomuna il fatto di non limitarsi a stringersi attorno a Gesù nell’anonimato della folla. Li muove non la curiosità ma un desiderio. Espresso quello di Giairo, che può gettarsi ai piedi di Gesù e supplicarlo con insistenza. Inesprimibile quello della donna, che a causa delle perdite di sangue era considerata impura e non avrebbe dovuto trovarsi in mezzo alla folla e soprattutto non avrebbe dovuto toccare Gesù. Giairo cerca Gesù per la propria figlia che sta morendo e Gesù si sta recando proprio nella sua casa quando avverte d’essere stato toccato nascostamente. È lì che i due discepoli s’incontrano per un breve momento che rivela insieme la loro distanza e la loro somiglianza.
Non si sarebbero mai incontrati, Giairo e la donna, se entrambi non avessero cercato veramente Gesù. Nutrire un desiderio e affidarlo a Gesù è l’origine della loro fede, una fede anche quella profondamente diversa: ufficiale e cerimoniosa quella di Giairo, furtiva e superstiziosa quella della donna. Si direbbe che nella comunità dei discepoli di Gesù c’è posto davvero per tutti, l’importante è non spegnere il desiderio di guarigione e di salvezza che abita il cuore e indirizzarlo a Gesù.
L’unico atteggiamento che ammazza la fede è quello che anima coloro che giungono dalla casa di Giairo e cercano di convincerlo a non disturbare più Gesù, perché nel frattempo la figlia è morta. L’unico pensiero che, invece, tiene viva la fede è quello che si porta in cuore la donna mischiata nella folla: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». È stupefacente nel racconto accorgersi che, quando Gesù dice alla donna: «Figlia, va’ in pace e sii guarita dal tuo male», ella già lo sapeva perché nel toccare le vesti di Gesù «sentì nel suo corpo che era guarita dal male». La fede non è una aspirazione sospesa nel vuoto a cui si spera segua un esaudimento, ma è comunque di già in se stessa un gesto che salva.
meraviglia sempre, leggendo questa pagina, la facilità con cui si ottiene salvezza: un contatto furtivo che esprime un grande desiderio, un grande bisogno. Peccato che molti non lo intuiscono. Davvero non è necessario avere un posto bene in vista, basta stare nella folla ma attaccati al mantello di Gesù e questo dipende solo da noi.
Due discepoli nella folla. Don Agostino sintetizza la complessità della pagina evangelica così: “La fede non è una aspirazione sospesa nel vuoto a cui si spera segua un esaudimento, ma è comunque di già in se stessa un gesto che salva.” Possiamo quindi essere certi che è la fede che guarisce oppure regala la perfetta accettazione della propria vita; nella comunità dei discepoli di Gesù c’è posto per tutti, anche per noi vecchi che perdiamo ogni giorno un poco della forza fisica…