Quaggiù e la vita eterna

VENTOTTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno B

C’è una parola che lega insieme questo brano evangelico, ed è «vita eterna». La nomina quel tale che avvicina Gesù per conoscere da lui, maestro buono, che cosa deve fare, appunto, per avere la vita eterna. Gesù rimane colpito da questa domanda così insolita. Solitamente coloro che gli si avvicinano vogliono avere qualcosa di più immediato, la guarigione di un male fisico o un beneficio materiale. Questo tale gli fa una domanda in vista della vita eterna, di una felicità, cioè, che va oltre questa vita con le sue miserie e le sue preoccupazioni. Forse per questo l’evangelista ci dice che «Gesù, fissò lo sguardo su di lui, lo amò». È proprio fortunato questo tale, che si sente addosso lo sguardo intenso di Gesù, che sa scrutare l’anima e comunicare il proprio amore! Eppure, da Gesù quel tale «se ne andò rattristato», perché il legame che lo teneva legato alle cose era troppo forte, e non aveva il coraggio di lasciarle per seguire Gesù.

La parola «vita eterna» torna alla fine del brano evangelico. Gesù ha proferito parole forti circa l’ostacolo che la ricchezza e l’attaccamento ai beni può costituire sulla via del seguire Gesù. I discepoli sono stupefatti. Li si comprende: tutti abbiamo dei beni a cui siamo legati e da cui facciamo fatica a distaccarci! «E chi può essere salvato?», si domandano i discepoli. Pietro, con la sua consueta schiettezza, ricorda a Gesù che essi il coraggio di lasciare tutto e di seguirlo lo hanno trovato! «Quindi – Pietro non lo dice, ma è una logica conseguenza – noi sì abbiamo fatto la cosa necessaria per avere la vita eterna».

Sembrerebbe perfetto il quadro di questa pagina evangelica: c’è un tale che fa una domanda importante a Gesù circa il «fare» terreno in vista della felicità eterna; Gesù risponde indicando in modo preciso un comportamento da assumere – il lasciare tutto e seguire – ; quel tale non fa secondo la parola di Gesù; ma c’è qualcuno – gli apostoli – che lo hanno già fatto e avranno diritto alla vita eterna. Sembrerebbe perfetto. Ma il Maestro buono aggiunge qualcosa che sovverte la semplicità di questo automatismo morale. Intanto, Gesù lascia intendere che la vita eterna è comunque un dono gratuito di Dio, non la conseguenza automatica di un «fare» umano. Questo non significa affatto che il «fare» non conti, anzi quel tale se ne va rattristato proprio perché non fa secondo la parola di Gesù. Non basta, quindi, rivolgere le domande giuste a Gesù, bisogna anche agire di conseguenza alle sue risposte. E si può sperare che il suo sguardo d’amore, che ci fissa nel profondo, ci aiuti a seguirlo. Ma anche questo non è automatico… come abbiamo visto! Soprattutto, però, Gesù assicura che il lasciare tutto per seguirlo ha una ricaduta immediata sulla vita di tutti i giorni. Si segue Gesù per stare bene su questa terra, non per assicurarsi la vita eterna. Il cristianesimo è una religione dell’incarnazione. Essere cristiani è, dunque, una condizione che cambia radicalmente il tuo presente e non è un «purtroppo» che ti serve per raggiungere un traguardo futuro. Mi viene in mente l’immagine del sentiero che porta in vetta: sbaglia chi lo percorre esclusivamente per raggiungere la meta, senza godere dell’armonia del creato che ogni passo verso l’alto regala. Il cristiano che dovesse vivere la propria fede come un fardello da sopportare per avere in cambio il premio della eternità è un cristiano imperfetto. Soprattutto, è un cristiano cieco, che non si guarda attorno e che si preclude la bellezza del centuplo quaggiù. Ed è proprio un «centuplo» fatto di «quaggiù» quello che Gesù promette a chi lascia tutto per seguirlo, perché è esattamente ciò che si lascia – casa, fratelli, sorelle, madri, padri, figli e campi – che si ottiene centuplicato. Il lasciare si trasforma in un ricevere. Il perdere in un ritrovare. Certo, in quella logica di Dio che è radicalmente diversa dalle nostre logiche umane.

Quello che promette Gesù è vero? Ciascuno si faccia questa domanda. Io, a partire dalla mia piccola esperienza cristiana, posso confermarvi che è vero. Alla lettera, perché il centuplo quaggiù, se è il dono di Gesù, non è mai disgiunto dalle persecuzioni. La gioia di essere discepoli del Signore non è mai una gioia indisturbata.

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