Il terzo indizio è sui contenuti…

Un terzo indizio, questo è sui contenuti del «librone» in fase di stampa.

Sono arrivato a leggere proprio nei giorni della Pasqua le pagine che dedica alla Risurrezione il libro di Vito Mancuso. Non ho fatto fatica a trovarmi nella esatta posizione contraria alla sua.

Affrontare i racconti evangelici con la sufficienza di uno scrittore di gialli o di un giornalista di nera mi ha molto infastidito. Gli apostoli si trovano di fronte al Risorto, non lo vanno a cercare. Non l’hanno inventato, avrebbero preferito ricordarlo come un grande uomo la cui eredità era un messaggio di amore lasciato all’intera umanità.

La decisione di venire e di stare in mezzo – come dice l’evangelista Giovanni proprio oggi nella pagina evangelica – è di Gesù. Egli si muove verso i suoi discepoli e lo fa stando in mezzo, cioè con l’espressione usata nell’ultima cena da Gesù: «Io sto in mezzo come colui che serve». Davvero il Risorto irrompe nella vita con una realtà difficile da descrivere. Certe “battute” di Mancuso sono addirittura gratuite e scortesi, come quella sul pianeta in cui si possa cercare Gesù risorto o sul suo stomaco che deve essere in grado di digerire il pesce arrostito.

Non è nemmeno venuto in mente al Mancuso che si tratta di un linguaggio volutamente paradossale per descrivere un fatto reale ma non cronachistico e storico in senso stretto. Un linguaggio simbolico che non è raro nella Bibbia. Quanto abbiamo dovuto aspettare perché fosse possibile parlare dei racconti della creazione come racconti simbolici? Guai, si finiva negli ingranaggi del S. Uffizio…

Le contraddizioni nei racconti delle apparizioni che infastidiscono il teologo laico e filosofo sono invece il segnale di una scrittura volutamente non inquadrabile nel repertorio letterario per descrivere uno stato di vita in cui a risorgere è la persona intera, una nella sua complessità. L’entrare a porte chiuse e il mangiare, l’essere ad Emmaus e quasi contemporaneamente a Gerusalemme è la conferma che i vangeli anche nella loro parte finale non sono come le fotografie che una volta faceva la macchinetta automatica per la carta d’identità e la patente (quattro perfettamente uguali), ma sono ritratti in cui ciascun evangelista ha cercato di tratteggiare l’incontro con il Dio fatto uomo, crocifisso, sepolto e risorto. Insomma: l’incarnazione non è una passeggiata.

Forse, invece che seguire le parole di Reimarus (di oltre tre secoli fa e la critica testuale ne ha fatta di strada) avrebbe fatto meglio a cercare di spiegare quelle divergenze e magari cogliere il linguaggio simbolico, che non definisce ma che lascia spazio all’evocazione di particolari che rendono differenti i quattro ritratti.

Ad esempio – e parlo di un caso che ho studiato e il cui esito narrativo è il libro Fuggì via nudo (lo si trova anche su Amazon) – il neaniskos (termine che compare solo due volte nel vocabolario del primo vangelo) è possibile che nel Getsemani sia «un ragazzo che aveva addosso soltanto un lenzuolo» (Mc 14,51), e diventi poi nel sepolcro (il vocabolo è lo stesso, neaniskos) una specie di angelo, «un giovane seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca» (Mc 16,5)? La paura delle donne che fuggono via non può essere provocata dal fatto che quel giovinetto lo conoscono, perché verosimilmente è Giovanni Marco, proprio lui, figlio di quella famiglia che ospitò Gesù e i suoi quando erano a Gerusalemme? Un po’ di fatica poteva farla il Mancuso per aiutare i cristiani a capire il linguaggio dei Vangeli invece di spingerli sulla via dell’inaffidabilità degli apostoli nell’annunciare la risurrezione. Mi fermo qui perché non ho nessuna intenzione di ingaggiare un duello con Vito Mancuso.

L’indizio non è un duello, ma uno sguardo diverso sul Logos fatto persona – e non (come scrive il Mancuso) «facendosi carne appare come un uomo di nome Gesù» e sull’incarnazione come centro del fenomeno conosciuto come cristianesimo.

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