La Pasqua dei computer…

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Mercoledì mattina ho messo vicino al vecchio computer desktop del mio studio il nuovo appena arrivato. Il mio Fujitsu, invecchiato precocemente nell’età in cui avrebbe potuto dare il meglio di sé, ha poi ripreso il suo servizio e ha lavorato comunque tanto, diventando quasi senza accorgersene – lui, perché invece lo avvertivo lento e inaffidabile già da un po’ di tempo – diventando uno dei cosiddetti prodotti obsoleti, senza neppure la speranza di finire i suoi giorni in modalità ricondizionata (ovvero rimesso a nuovo nei componenti dentro la sua struttura originaria). «È ancora un Windows 7!», dicevo mano a mano che il tempo passava. Windows 7 è una gabbia da cui non si esce più, e non riusciva a cambiargli il destino quel «professional» che stava scritto subito dopo.

Eppure dall’estate scorsa ha lavorato ininterrottamente per me nella impaginazione di un volume molto impegnativo che sarà presto stampato e di cui vi parlerò sicuramente già nella prossima settimana, quella dell’Ottava di Pasqua. Poi – per fortuna quando le ultime bozze erano state consegnate – eccolo tossire, ovvero spegnersi improvvisamente, tanto oramai da costringermi a usare F5 o F12 per entrare nel suo Bios (la «vita). Segnale che la malattia è ormai incurabile e non solo inguaribile.

Giovedì con l’aiuto di un esperto ho tolto l’imballaggio e ho appoggiato il nuovo desktop accanto all’obsoleto. L’amico che mi aiutava nell’operazione ha tolto tre fili: l’alimentazione elettrica, il cavo del router e quello del monitor e li ha messi nel Dell ricondizionato.

Deve essere avvenuto qualcosa perché gli stessi fili che davano una vita seppur stentata al Fujitsu, non sembravano funzionare con il Dell. Mi sono detto: «L’ha ammazzato!». Niente, non si accende nulla. Decidiamo di rendere il computer al venditore. E il mio vecchio si riprende i suoi tre fili. Lui, almeno si accende ancora.

Giovedì arriva un altro computer. Non ci credo, è un Fujitsu, praticamente identico al mio.  L’amico che mi aiuta lo mette sopra il vecchio Fujitsu. Due gemelli. Ristacca i tre fili e inizia a configurare il nuovo desktop. Parte. E piano piano diventa sempre più vivo. «Poi bisognerà spostare i tuoi documenti che sono nel vecchio e copiarli nel nuovo. Lo dobbiamo svuotare – dice il tecnico – ma lo facciamo dopo».

Quando arriva il momento, spuntano tre fili identici per riaccendere il Fujitsu in cui è nascosto il tesoro che deve cambiare campo. Ma, ecco, adesso è lui a non accendersi più. È morto. Dico io: «Si è suicidato!».  Non ha voluto vivere una vita da obsoleto. Si decide di togliere il suo cuore, il disco fisso, e di travasare in un disco esterno tutto quello che c’è per poterlo poi sistemare nel nuovo Fujitsu.

Ma forse c’è un’altra spiegazione. Muoiono solo i contenitori della Vita – le carcasse, le cassette che contengono i fili e le schede – ma la Vita rimane, si travasa, si rinnova. Non c’è nessun omicida e nessun suicida. C’è una «risurrezione» che salva anche la «carne» che è rimasta dentro la materia – tutto il brulichio di dati di dieci anni, foto, video, racconti, disegni, omelie, relazioni, ricerche – e questa «carne» non va perduta. Anche i nostri computer lavorano per costruire, guidati da mani sapienti e occhi curiosi, quello che chiamiamo Cielo, il paradiso. Il vecchio Fujitsu è lì per terra nell’angolo dello studio, ma l’altro continua il suo lavoro. È una Pasqua anche questa.

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