Le forbici della vita

QUINTA DOMENICA DI PASQUA – Anno B

Foto di Michael Tampakakis da Pixabay

Se l’immagine del pastore e delle pecore dice bene la relazione sociale che abbiamo con Gesù, quella della vite e dei tralci ne svela la struttura per così dire intima e profonda. Le pecore appartengono al pastore ed egli è disposto a dare la vita per loro, ma esse rimangono distinte dal pastore.

La vite, invece, non si distingue dai tralci, sono un tutt’uno. I tralci senza la vite non possono fare nulla, ma si direbbe che anche la vite ha bisogno dei tralci per dare frutto. La nostra umanità non è un ingombro per Dio, e non è stato un incidente di percorso per Gesù l’assumerla: è diventato uomo ed è rimasto uomo. Questa è una realtà che sta un po’ in ombra e di cui dovremmo, invece, prendere coscienza, per cercare di far luce anche su quella che chiamiamo vita ultraterrena. Che invece non è altro che lo sviluppo dell’unica vita, in cui siamo già attaccati come tralci all’unica vite, «la vite vera».

Si direbbe che l’unica vita è quella di Gesù, ma Lui è un corpo che ha superato la barriera della morte: a quel corpo siamo già uniti, a quel corpo continueremo ad essere uniti. Questa unità della vite con i tralci ha un solo scopo: portare frutto. Quando? Come? In quale misura? Un bel grappolo su ogni tralcio? E chi l’ha detto? Gesù, almeno, non lo dice, non dà risposta alle nostre domande.

Egli parla soltanto del Padre agricoltore con in mano le forbici della vita. Lo sappiamo bene perché più vanno avanti gli anni e più conosciamo questi tagli, alcuni molto dolorosi e persino inspiegabili. Del resto vedere una vite potata fa venire da piangere. Eppure una vite non potata produrrà solo foglie… Il vignaiolo sa come privare la vite dei cosiddetti «succhioni», ovvero quei rami che sottraggono linfa senza produrre frutti.

Ecco, allora, che, mentre le pecore appartengono al buon pastore che a sua volta appartiene alle pecore, i tralci devono rimanere nella vite perché la vite sia la vita per i tralci. E, cosa ancora più difficile, dobbiamo fidarci delle forbici dell’agricoltore. La salvezza, infatti, è il cammino dei frutti generato da questo rimanere dei tralci nel legno della vite, che è il legno della croce.

2 thoughts on “Le forbici della vita

  1. È magnifico poter riflettere su questa pagina del Vangelo: ci rivela l’essenza della nostra vita, che è la stessa di Gesù. Né devono intimorirci le cesoie del vignaiolo/Dio se ci regalano una pienezza che da soli neppure possiamo sognare. Gesù è la vite, ma siamo noi a portare i frutti. Gesù ci regala anche questo: non fa tutto da solo ma si serve di noi. Ha bisogno di noi, come noi abbiamo bisogno di Lui. Vi è forse intimità più grande?

  2. Scrive Don Agostino:”…è’ diventato uomo ed è rimasto uomo. Questa è una realtà che sta un po’ in ombra e di cui dovremmo, invece, prendere coscienza, per cercare di far luce anche su quella che chiamiamo vita ultraterrena. Che invece non è altro che lo sviluppo dell’unica vita, in cui siamo già attaccati come tralci all’unica vite, la vite vera». Nei portali delle basiliche romaniche i Maestri Comacini hanno scolpito, attorno ai vari elementi cilindrici, la vite con i grappoli che si avvolge dolcemente in un “continuum” senza fine. E’ l’immagine pregnante dell’unica vita terrena-ultraterrena, in cui siamo già attaccati come tralci de “la vite vera”. Questa realtà, che sta un pò in ombra anche nelle odierne omelìe, attenua il dolore dei tanti tagli delle forbici. Più divento vecchio e più conosco questi tagli, alcuni molto dolorosi come la morte di moglie, fratelli, amici o le maldicenze diffuse anche fra i cristiani… Ma questo va messo in conto perchè il legno della vite è il legno della croce!

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