Colpo di testa 172 / Turchia, quando l’Occidente resta a guardare

Corriere di Como, 14 luglio 2020

Nel corso della sua lunga storia, sono stati commessi tre errori in merito alla basilica cristiana di Santa Sofia di Istanbul. Il maestoso edificio dell’arte bizantina fu inaugurato nel 537 dall’imperatore Giustiniano, come luogo di culto cristiano e come segno di magnificenza dell’architettura imperiale. È noto che proprio in quegli anni il cosiddetto Impero Romano d’Occidente stava vivendo il suo lento e inesorabile disfacimento e cominciava a travasarsi in quello che sarebbe stato il Medioevo, mentre in Oriente la gloria dell’impero continuava a splendere, pur in mezzo a guerre, malattie e carestie. Si pensi che, appena quattro anni più tardi, nel 541, la città di Costantinopoli venne colpita da una epidemia di peste bubbonica giunta via mare dall’Egitto, e metà della popolazione morì al ritmo di 10mila vittime al giorno.

Per nove secoli Santa Sofia fu una basilica cristiana. Fino a quando, nel 1453, il sultano Maometto II, conquistando Costantinopoli, subito convertì la chiesa in moschea. E questo fu il primo errore, dovuto alla smania di espansionismo islamico che animava il sultano alla guida dell’impero ottomano. Naturalmente questo giudizio nasce da una consapevolezza della salvaguardia della libertà religiosa che nel quindicesimo secolo era lungi dall’essere universalmente condivisa. Rispettare un edificio di culto nella sua originaria destinazione significa riconoscere la molteplicità delle forme religiose e quindi equivale ad affermare che tra le libertà fondamentali dell’uomo c’è anche la libertà religiosa. Principio, questo, ancora oggi non riconosciuto da tutti, e sicuramente attuato più nell’astrattezza delle dichiarazioni solenni che nella concretezza dei singoli avvenimenti.

Per quasi cinque secoli Santa Sofia fu, dunque, una moschea e subì qualche rimaneggiamento (furono intonacati i mosaici) e ampliamento (furono innalzati i minareti), nonché qualche restauro (il più famoso, tra il 1847 e il 1849, si svolse sotto la direzione dell’architetto ticinese Gaspare Fossati). Nel 1935, il primo presidente turco, Mustafa Kemal Atatürk, trasformò la moschea in un museo. E commise così il secondo errore: per laicizzare lo stato – la nuova Repubblica di Turchia – laicizzò anche l’importante edificio religioso. Certo, la nuova destinazione d’uso di Santa Sofia permise di sanare il suo duplice passato sia come chiesa che come moschea, armonizzandolo con una diplomatica desacralizzazione ammantata di cultura e di salvaguardia del patrimonio storico e artistico.

Ma fu come mettere la polvere sotto il tappeto: il problema era solo nascosto, e non risolto. E il 10 luglio scorso ci ha pensato il presidente Erdogan ad annullare il decreto di Atatürk e a far ritornare luogo di culto islamico quella che – non dimentichiamolo – era stata edificata come basilica cristiana di Santa Sofia e che, per 85 anni, è stata adibita a museo. Terzo errore, il più grave di tutti, quello compiuto dal presidente turco, perché animato da un progetto politico di nazionalismo islamico che evidentemente ha bisogno di un gesto eclatante per superare la crisi in cui si trova.

Durissima la reazione del mondo ortodosso e anche il Papa si è detto «molto addolorato» per questa decisione. L’Occidente sta a guardare e l’Europa, come sempre quando si tratta di controbattere ad Erdogan, è afona.

One thought on “Colpo di testa 172 / Turchia, quando l’Occidente resta a guardare

  1. E’ assolutamente condivisibile che il principio della libertà religiosa ancora oggi non sia riconosciuto da tutti, pur essendo oggetto di molte e forse poco utili dichiarazioni solenni. Il sacrosanto principio è purtroppo poco testiomoniato nella concretezza delle azioni degli uomini e nei provvedimenti attuativi degli Stati, in particolare di quelli che sono uniti nella Comunità Europea. clementino

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