Vedo con gli occhi di Dio

QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA – Anno A

Il brano, che abbiamo appena ascoltato, racconta una delle vicende più movimentate di tutti i Vangeli. Si è soliti ricordarla come il miracolo della guarigione del cieco nato. In realtà il miracolo non è uno solo, ma sono tre. C’è il miracolo della guarigione fisica: «andò, si lavò e tornò che ci vedeva». Prodigio di un’evidenza che sembra indiscutibile, tanto è vero che saremmo tentati di fermarci a questo livello della guarigione, che oggi basterebbe a far correre le telecamere e ad alzare l’indice degli ascolti. Tentazione da superare, perché è assai più importante ciò che questo miracolo è in grado di generare.

Ecco, allora, il miracolo della trasformazione personale, che fa dell’ex-cieco, capace solo di mendicare, un testimone coraggioso: «una cosa io so, ero cieco e ora ci vedo». Si badi bene: quest’uomo, con una tenacia inimmaginabile, non difende alcuna teoria o dottrina o ideologia che dir si voglia. Difende solo l’evidenza di quanto gli è capitato e che è davanti agli occhi di tutti: era cieco, ora ci vede. Sta facendo una confessione di ragionevolezza, non di fede. Lui, che era cieco fino a pochi minuti prima, sta cercando di aprire gli occhi di gente che ci ha sempre visto e che ora sembra, inspiegabilmente, cieca di fronte a qualcosa che non ha bisogno di essere interpretata ma riconosciuta. I suoi genitori hanno paura. Lui no. Lui è trasformato e dimostra un coraggio fuori dal comune. È il secondo miracolo, strettamente collegato al primo. La trasformazione è nata da un iniziale gesto di affidamento totale: il cieco, pur senza vederlo, si è fidato di Gesù («Mi ha detto… mi sono lavato… ho acquistato la vista»).

La conseguenza diretta di questa trasformazione personale è il miracolo della guarigione spirituale, il miracolo della fede. Nel racconto c’è un gioco voluto tra il «sapere» e il «non sapere». I genitori sanno che il loro figlio è nato cieco, ma non sanno come ora ci veda. I giudei sanno che Gesù è un peccatore ma non sanno di dove sia. Il cieco non sa se Gesù sia un peccatore, ma sa che Dio non ascolta i peccatori e che, quindi, se ha ascoltato quel Gesù, egli non può essere peccatore. Gradatamente la sua parola si riempie di fede oltre che di umano coraggio. Dapprima è un semplice: «è un profeta»; poi diventa un perentorio: «se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Infine, ecco il primo vero incontro con il Signore. Il coraggio dimostrato davanti agli uomini lo ha preparato alla professione della fede in Dio. Non dimentichiamo che l’ex-cieco non conosce Gesù se non per averlo sentito parlare e per essersi fidato delle sue parole. Ora lo vede per la prima volta, perché è Gesù che va a cercarlo. Lo vede e crede in lui: «Credo, Signore». Lo abbiamo già detto domenica scorsa, in riferimento al brano della samaritana: la fede nasce e si sviluppa sempre da un incontro personale con Cristo. Proprio quello che il cieco desidera, e che, invece, manca a tutta quella folla di vedenti.

Tre miracoli progressivi in uno. Una vicenda che deve diventare nostra. Ci aiuta in questo il dibattito entro cui la guarigione del cieco è inserita. Un dibattito sul peccato. Era diffusa la convinzione secondo cui una disgrazia quale la cecità derivasse dal peccato. Quale, visto che quell’uomo era nato cieco prima ancora di poter peccare? Forse il peccato dei genitori che si trasmette sui figli? Discussioni a cui Gesù toglie subito ogni fondamento: «Né lui ha peccato né i suoi genitori».

Eppure il peccato è fatalmente la rete intricata in cui cade proprio chi crede di esserne esente o di essersene liberato. Valgono per noi quelle parole di Gesù dette ai farisei: «Siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane». Sappiamo qual è la medicina. Essere ciechi davanti a Gesù per ricevere in dono da lui la luce, così da guardare noi stessi e il mondo con gli occhi della fede. E dire, da ciechi risanati: «Ecco, io vedo con gli occhi di Dio».

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