Colpo di testa 153 / Afghanistan e Turchia, emergenze dimenticate

Corriere di Como, 3 marzo 2020

L’emergenza sanitaria mondiale provocata dalla diffusione del Covid-19 rischia di far passare sotto silenzio eventi internazionali che invece hanno un importante spessore politico e sociale. Uno su tutti. Sabato scorso a Doha è stata siglata l’intesa tra Stati Uniti e talebani per la pace in Afghanistan. Un traguardo rilevante che si annuncia però colmo di incognite. Una, ad esempio, riguarda la trattativa vera che a giorni inizierà tra talebani e governo di Kabul per la definizione di una pace concreta. Nel frattempo si procederà ad un ritiro progressivo delle forze armate statunitensi e degli alleati (gli italiani attualmente in territorio afghano sono 900) che dovrebbe concludersi entro aprile 2021.

Come spesso accade in queste operazioni di pace forzata, le intese passano disinvoltamente sulla testa del popolo, che al cosiddetto tavolo della pace non si siede affatto. Il presidente americano Trump vuole disimpegnarsi da una guerra che gli Stati Uniti non sono riusciti a vincere (come a suo tempo in Afghanistan era capitato anche all’impero sovietico). I talebani vogliono mantenere un potere effettivo nella gestione del territorio e della popolazione secondo una visione islamista profondamente illiberale. Mano a mano che si perfezionerà il progressivo disarmo americano, c’è il rischio che riprenda vigore l’arroganza talebana tesa a spegnere i focolai di libertà che in questi anni hanno quantomeno diffuso il seme della libertà, soprattutto per quanto riguarda la condizione femminile. Paradossalmente l’unico a perderci con la pace afghana rischia di essere proprio il popolo afghano, che potrebbe veder cancellati, da una pace zoppa, i timidi segnali di una primavera di libertà che il governo legittimo di Kabul potrebbe non essere più in grado di garantire senza l’ombrello della presenza militare statunitense.

Un’altra emergenza internazionale, che riguarda più da vicino la nostra Europa, è quella che ha come indiscusso protagonista il presidente turco Erdogan. Coinvolta nel conflitto siriano e nella diatriba con l’ingombrante presenza curda (l’ultima crisi risale all’ottobre dello scorso anno), la Turchia – che pure è membro della Nato – gioca da anni un ruolo ambiguo sullo scacchiere insieme europeo e mediorientale. Migliaia di disperati in fuga dalle guerre (Siria, Somalia e appunto Afghanistan), praticamente «venduti» nel 2016 con un accordo sciagurato per sei miliardi di euro dall’Europa alla Turchia perché li trattenga entro i propri confini, sono diventati una sorta di liquame umano con cui Erdogan minaccia apertamente di inondare i Paesi europei. Che cosa chiede in cambio il presidente turco? Un forte appoggio diplomatico dell’Occidente per frenare il presidente russo Putin nel suo sostegno al presidente siriano Assad. Come al solito l’Europa sembra non esserci, e l’appello dunque rimbalza oltre oceano a Trump. Ma il mare in cui si muovono le ondate di profughi è il nostro, il Mediterraneo.

È un brutto spettacolo, quando i popoli sono ostaggio di un trattato di pace o merce di scambio di una strategia di guerra. Un segno che il nostro mondo è minacciato da un virus ben più nefasto di quello che in questi giorni ci fa così tanta paura. Ha tanti nomi, ma il risultato è ugualmente letale per quella che ci ostiniamo a chiamare «umanità».

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