L’arte di salare il mondo

QUINTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno A

Il sale. La luce. Queste le due immagini usate da Gesù per tratteggiare la missione dei suoi discepoli in rapporto al mondo: «Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo». Si direbbe che il complemento di specificazione è decisivo: non il sale e basta, ma il sale della terra; non la luce e basta, ma la luce del mondo. Del resto, se ci pensiamo bene, il sale e la luce hanno un valore soltanto in riferimento ad altro: il sale da solo è sgradevole, ma serve a dare sapore al cibo; la luce in se stessa è abbaglio fastidioso, ma, puntata su un oggetto, lo illumina. Un modo molto efficace per dire che, in quanto discepoli, siamo semplici «strumenti» al servizio del progetto con cui Dio vuole salvare l’umanità. Con il rischio tipico di ogni strumento: di una lampadina bruciata non sappiamo più che farcene, la si butta via e se ne compra un’altra. Così è del sale: possiamo averne un’intera scatola, ma se non sala, non serve a nulla. Dice Gesù – in un modo quasi brutale, visto che sta parlando di noi, suoi discepoli – che «a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente».

Proviamo a sviluppare l’immagine del sale, pensando proprio al sale che teniamo nel salino in cucina in rapporto al cibo che sta in tavola. Vi sono tre possibilità.

Il sale è integro, non ha perduto il sapore, ma è rimasto nel salino e allora il cibo è insipido: il sale c’è, ma se non lo uniamo al cibo, è come se non ci fosse! Gesù non vuole una bella saliera piena di sale bianco e pulito, ma una saliera che si svuota per dare sapore al cibo. Pensiamo a questa nostra Messa domenicale: è un salino che si ricarica per salare, oppure è un salino che si ricarica e basta, e poi resta per tutta la settimana inesorabilmente… sigillato? Questa domanda è importante, perché, capite bene, il sale conserva i cibi, ma non ha senso conservare il sale. Ecco, talvolta la Messa domenicale mi sembra una specie di rito per la conservazione del sale, invece dovrebbe essere il momento in cui il sale riacquista sapore per poi uscire dal salino e… salare il mondo!

Può essere invece che il sale abbia proprio perduto il sapore, e a quel punto, che stia nel salino o che vada a finire nel piatto, poco importa, tanto non è più sale, non sala più, non dà più sapore. Questo è esattamente il punto a cui vuole richiamarci Gesù. Comprendiamo bene che a tale livello non è importante il numero, la quantità, ma la qualità, il sapore appunto. Pochi o tanti, l’importante è che siamo capaci di salare, di dare sapore, e per farlo dobbiamo, per primi noi, non aver perso il sapore. Il sapore del cristiano è Gesù Cristo. Ce lo ricorda san Paolo: «Quando venni tra voi… ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso». Quella parola – sapère – ha un suono particolare in latino: sàpere, che vuol dire appunto avere sapore. Il sapiente vero è uno che dà sapore perché ha sapore. Noi, di che cosa sappiamo? Gesù Cristo è davvero il sale della mia vita, così che io possa essere a mia volta il sale della terra, oppure ciò che dà sapore alla mia vita è altro? Oppure ho scelto che la mia vita sia insapore, seguendo la moda del relativismo imperante, che mi permette di trovare sempre un piatto in cui finire, senza suscitare troppe domande, a me e agli altri?

C’è un’ultima alternativa da prendere in considerazione. La brava massaia sa che un uso eccessivo del sale può far perdere sapore al cibo. Può essere, cioè, che il sale non abbia perduto il suo sapore, ma l’abbia fatto perdere al cibo, perché ha dimenticato la sua funzione, che è quella di salare, non di trasformare il piatto in una saliera! Non mi sembra proprio che oggi rischiamo un’evangelizzazione troppo… salata, entusiasta e coraggiosa. Ma si tratta comunque di un avvertimento: uno stile sbagliato può compromettere la testimonianza cristiana nel mondo, che deve essere attenta, intelligente, rispettosa, capace di ascolto e di dialogo, anche se ferma e decisa nella proposta del Vangelo. Salare il mondo è un’arte, e come tutte le arti, è un amalgama sapiente – saporoso, cioè – di forza e finezza.

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