«Subito»: un «avverbio di persona»!

TERZA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno A

C’è una parola in questa pagina evangelica, che è insieme la più importante ma anche quella che ci mette più timore: «subito». Pietro e Andrea prima, Giacomo e Giovanni poi, alla chiamata di Gesù rispondono «subito»: i primi due fratelli lasciano le reti, gli altri due la barca e il padre e «subito» seguono Gesù che li ha chiamati a trasformarsi da pescatori di pesci in «pescatori di uomini», mestiere ben strano, in cui comunque è certo che né le reti né la barca servono più e anche il padre può essere di troppo. Questo avverbio – «subito» – ci mette un po’ di timore, tanto da farci sembrare fuori dal comune questi quattro pescatori, pescati in riva al mare con un semplice invito fatto di poche parole. Possibile che non abbiano fatto almeno qualche domanda prima di lasciare una vita e un lavoro sicuri per un’avventura dall’esito incerto? Il vangelo non risponde. Dice solo che lasciarono e seguirono. Subito.

Dobbiamo comprendere bene che cosa significa. Gli insegnanti di italiano chiudano per un momento le orecchie e facciano finta di non sentire quello che sto dicendo. La grammatica del Vangelo permette qualche libertà, e allora possiamo affermare con certezza che «subito» non è un «avverbio di tempo», ma un «avverbio di persona». Se fosse un avverbio di tempo, vorrebbe dire che Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni seguono subito perché hanno già capito tutto. Ora, non è affatto così. Ed è lo stesso racconto evangelico a confermarcelo: gli apostoli sono tardi a comprendere, duri di cuore, e Pietro giungerà alcuni anni più tardi a rinnegare quel Gesù che pure ha seguito subito. Dal punto di vista dell’insegnamento, c’è bisogno di tempo per seguire Gesù, si è sempre in tempo e il tempo non basta mai perché ogni giorno s’impara qualcosa di nuovo. Ma si può imparare se si segue. Si impara col tempo, ma si segue subito. E si può – si deve – seguire subito perché si segue una persona, non una dottrina. Per la dottrina c’è sempre tempo, anzi dobbiamo mettere in conto un tempo prolungato e seriamente impegnato per capire a fondo il Vangelo di Gesù. Ma bisogna seguire subito Lui, Gesù. C’è sempre tempo per conoscerlo di più. Ma si può conoscerlo di più, solo a patto di stare da subito con Lui. Si capisce, allora, perché questo «subito» è un «avverbio di persona».

E lo si capisce ancora meglio se facciamo riferimento ad una tipica esperienza umana, in cui scatta lo stesso meccanismo: l’amicizia, quella vera, quella autentica, ha esattamente un «subito» al suo inizio, un «subito» che sembra quasi irrazionale, illogico, e che invece è sommamente ragionevole, perché non riguarda ancora il contenuto dell’amicizia, le idee degli amici, il loro passato, ecc. – tutte cose che non si conoscono ancora – ma riguarda il fascino delle persone, la loro capacità di entrare in una sintonia istantanea, la promessa fulminea di una dedizione reciproca al bene l’uno dell’altro. Si è subito amici, anche se si diventa giorno per giorno amici. Così come i quattro pescatori chiamati da Gesù sono subito apostoli, anche se lo diventeranno solo assimilando il suo insegnamento. Cosa che possono fare solo stando con lui. Non si può essere discepoli di Gesù, senza essere amici di Gesù.

E noi? In che rapporto siamo con Gesù? Questa pagina evangelica è un’occasione per verificare a che punto è la nostra amicizia con Gesù: intanto se quel «subito» c’è stato, e poi se a quel «subito» è seguita una vita da discepoli, in cui cioè la persona di Gesù è il faro delle nostre decisioni. Attenti, perché non basta essere qui la domenica a celebrare la Messa per onorare questa amicizia. Gesù non andò a prendersi i suoi discepoli nella sinagoga, ma «mentre camminava lungo il mare di Galilea», un luogo di normale vita quotidiana. I primi discepoli furono chiamati non di domenica a Messa, ma il lunedì sul luogo di lavoro. Come stride questo quadretto inaugurale della missione di Gesù con il fatto che noi abbiamo ridotto la fede ad un fatterello festivo! Un’ulteriore conferma che quel «subito» è proprio un «avverbio di persona»: quando si segue Gesù, non c’è più un luogo in cui essere cristiani e luoghi in cui nascondere la propria fede. Ogni luogo diventa adatto, da subito, alla testimonianza cristiana.

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